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Pressione senza sosta su Borse e spread

E con ieri fanno 40. Tanti sono i giorni della tempesta finanziaria che ha colpito i mercati nel 2016. Con l’ennesimo violento ribasso (-3,21%) Piazza Affari, da inizio anno, è arrivata a perdere il 25,7%. Un tonfo superiore a quello di Shanghai (-22%) e più consistente rispetto ai più vicini mercati europei. L’Ibex spagnolo (-16,94%) il Cac francese (-13,79%) o il Dax tedesco (-1,11%) sono infatti scesi, ma ad una velocità contenuta.
Lo stesso spread BTp-Bund, tenuto a bada nel 2015 dal Qe della Bce, è tornato sotto pressione. Dai 99 punti base di inizio anno è balzato, nell’utima seduta, oltre quota 150. Il tutto con l’accelerazione, da un lato, delle vendite sul BTp; e dall’altro con la solita corsa al “Bund-rifugio”.
Insomma una situazione difficile che induce la domanda: quali le cause di questo scenario?
Tra le varie una è da ricondursi proprio al 1° gennaio. In quella data è entrato in vigore in Europa il bail-in. Una normativa che prevede, per le banche in difficoltà, il divieto di chiedere aiuti statali e la possibilità di rivolgersi solo ai privati: in primis ai propri azionisti, poi agli obbligazionisti e infine ai correntisti oltre i 100mila euro. A fianco del bail-in, però, non è stato creato un fondo europeo a garanzia dei depositi . Il che è una pecca grave. Un difetto che pesa, soprattutto in questa fase in cui i mercati non conoscono l’entità delle sofferenze che gli istituti europei dovranno svalutare in bilancio. In definitiva: un elemento che non elimina i dubbi e rafforza le asimmetrie che zavoranno il funzionamento dell’unione monetaria, alimentando gli squilibri tra Nord e Sud.
Ma non è solo il bail-in, ci sono anche le politiche monetarie. Il 4 gennaio, al suono della campanella, i mercati hanno dovuto gestire l’ennesimo intervento shock della People’s Bank of China che ha svalutato nuovamente lo yuan. La stessa mossa, a ben vedere, che la scorsa estate mandò in tilt le Borse di tutto il mondo. Un’instabilità, unita al crollo sotto i 30 dollari del prezzo del petrolio (agevolato dalla fine all’embargo all’Iran)che si è scaricata sulle Borse europee. In particolare su Piazza Affari. E questo nonostante le valutazioni del Ftse Mib siano da un po’ di tempo molto a sconto. Il “Price to book value” (rapporto tra prezzo e patrimonio netto) del paniere italiano è infatti intorno a 0,8. Quello dell’Ibex spagnolo, tanto per dare un’idea, è di 1,12 mentre il multiplo di Francoforte e all’1,39.
Insomma: valori più alti che, da un lato, dovrebbero indurre maggiore cautela sulle Borse Ue. E, dall’altro, potrebbero spingere il ritorno agli acquisti su Milano. Il che, però, non accade. Perchè? Il motivo più evidente sono le banche. Il paniere italiano, si sa, ne è “pieno”. Titoli di istituti di credito che, soprattutto dopo le speculazioni sulla conferma delle banche dell’invio di un questionario da parte della Bce sulla gestione delle sofferenze, sono scivolati all’ingiù. E con loro il listino.
Può obiettarsi: il timore verso il settore bancario è generalizzato. Riguarda tutta l’Europa. Vero. E tuttavia non può negarsi che nel 2016 l’indice di settore italiano perde il 39,1% mentre lo Stoxx 600 bank “solo” il 27,34%. In conclusione, tra “bad loans” e speculazione l’Italia è stata maggiormente colpita.
Al di là delle diverse velocità, il tracollo è comunque comune e quasi senza sosta. Seppure qualche momento di pausa si è avuto. Così è stato il 21 gennaio. In quel giorno la Bce prova a gettare acqua sul fuoco. Mario Draghi dice chiaro che le banche europee non hanno bisogno di essere ricapitalizzate. Inoltre rassicura i mercati sull’altro fronte, ovvero sull’espansione del Qe (dopo averli delusi a dicembre). L’Eurogovernatore afferma che, se necessario, a marzo la Bce darà il via a nuove misure. Dopo un mini-recupero tornano però le vendite. Non solo sulle azioni ma anche sui titoli di Stato. A partire dal 27 gennaio inizia a impennarsi lo spread BTp-Bund che balza in due settimane di 40 punti (da 105 a 145). Si riduce così ad appena 6 basis point il differenziale con la Spagna. Questo nonostante, due giorni dopo, la Bank of Japan tagli a sorpresa i tassi, portando sotto zero il costo sui depositi. L’ennesima mossa espansiva, tuttavia, produce un isolato rimbalzo. Di lì a poco?tornano i “sell”. Ulteriore segnale di come i mercati, da un lato, considerano ormai limitata l’efficacia delle politiche monetarie (ieri il dollaro è sceso); e, dall’altro, soffrano la mancanza di coordinamento tra i banchieri centrali.

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