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Pressione fiscale, Italia in coda

Eppure esistono, i paesi a zero tasse sui redditi sono una realtà. Sembra quasi un sogno per milioni di contribuenti italiani che vengono spremuti fino all’ultimo centesimo per effetto di tasse, addizionali e imposte sostitutive. Cosa ancora più grave è che il trend al rialzo delle imposte tricolore non sembra avere una fine. Sarebbe più semplice e naturale chiamare questi paesi a imposizione zero paradisi fiscali ma il legislatore tributario italiano, con un’abile campagna di comunicazione, ha trasformato questa parola e luogo biblico in un termine dispregiativo. Queste aree a fiscalità vantaggiosa sembrano lontane e irraggiungibili eppure vivere in un paradiso fiscale per un italiano non è poi così complicato dal punto di vista formale. Qualche difficoltà in più invece esiste dal punto di vista sostanziale.

Il merito dell’individuazione di questi Stati va a Kpmg che ha analizzato i sistemi fiscali di circa 130 paesi. La riclassificazione è stata fatta sulla base delle aliquote scontate dall’imposta sui redditi. Nei paesi con una fiscalità progressiva sono state prese in considerazione le aliquote marginali, quelle riferibili allo scaglione più alto. Quelli con un sistema proporzionale invece sono entrati in graduatoria sulla base dell’unica aliquota prevista.

Il risultato? I nove paesi a tasse zero sono: Bahrein, Bahamas, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Isole di Caiman, Barbados, Oman, Arabia Saudita, Quatar. I bilanci di questi paesi sono sostenuti dai proventi dei Fondi Sovrani o da altre imposte indirette. L’assistenza sanitaria è invece finanziata con coperture assicurative private.

Il trasloco. Scorrendo l’elenco si capisce perché le difficoltà di trasloco per un italiano sono più sostanziali che formali. «Si tratta di paesi con condizioni climatiche e culturali molto diverse dalle nostre», ha spiegato Stefania Quaglia di Kpmg, «occorre quindi cambiare profondamente le proprie abitudini con svantaggi che possono solo in parte compensare i benefici economici». Meglio quindi scorrere la lista è cercare qualcosa di più vicino ai nostri costumi. «Il paese che restituisce un giusto equilibrio fra fiscalità di vantaggio e standard di vita comuni a quelli tricolori è il Regno Unito», ha aggiunto la fiscalista di Kpmg. Il paese oltre Manica ha un’aliquota marginale pari al 45% sui redditi prodotti nel Regno Unito ma sul patrimonio le imposte sono molto più basse di quelle tricolore e una fiscalità premiante per gli stranieri. Altri paesi con una pressione fiscale molto leggera sui redditi sono: la Russia (13%), la Romania (16%) e la Serbia (15%). In Russia vige anche un sistema fiscale per i non residenti per i redditi prodotti nel paese. L’aliquota fissa per questi soggetti è pari al 30%. Più lontana è invece Singapore. Il paese asiatico ha un’aliquota irpef molto vantaggiosa 18%.

Ci sarebbe poi il Principato di Monaco, ma come è noto i criteri per prendere la residenza sono molto stringenti e difficilmente alla portata di tutte le tasche.

Chi ha davanti a sé un periodo limitato di permanenza all’estero può optare anche per Spagna, Francia o Olanda. Tutti questi paesi hanno una fiscalità di vantaggio per i neo residenti stranieri nei primi cinque anni. I redditi prodotti nel paese iberico e in quello transalpino sono soggetti a un’aliquota del 25%. In Olanda rispettando gli stessi criteri si paga un’imposta sui redditi ad aliquota fissa pari al 30%.

E la Svizzera? Il paese elvetico è da sempre considerata un paese ospitale dal punto di vista fiscale? «Non direi», ha spiegato Quaglia, «effettivamente come tassazione sui redditi siamo sul 40% ma in compenso esistono delle patrimoniali molto pesanti». La maggior parte del suo appeal il paese elvetico lo deve al segreto bancario ma come è noto le cose stanno in quel paese cambiando.

I paradisi fiscali. Chi vuole invece insistere sui paesi con tassazione a zero deve sapere che sei dei nove paesi sono considerati dal ministero delle finanze dei paradisi fiscali. Rimangono fuori: Kuwait, Oman e Arabia Saudita. Se un paese rientra nella lista di quelli considerati come paradisi fiscali spetterà al contribuente dimostrare che si è effettivamente residenti per più di sei mesi all’anno in quello Stato. L’onere della prova è quindi invertito. Negli altri casi è lo Stato che deve dimostrare che la residenza nel paese straniero è solo fittizia. L’elenco completo dei paesi considerati paradisi fiscali è incluso in un Decreto del ministero delle finanze del 4 maggio del 1999.

Risiedere all’estero. Ma come si ottiene la residenza all’estero? Un italiano che vuole prendere la residenza all’estero la prima cosa che deve fare è raggiungere l’Ufficio Anagrafe del proprio Comune. Agli uffici il contribuente deve chiedere la cancellazione delle liste anagrafiche, meglio poi accertarsi dopo qualche settimana che l’operazione sia andata a buon fine. Il passo successivo è recarsi presso l’ambasciata italiana o il consolato del paese ospitante e iscriversi nel registro Aire. Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Un italiano viene considerato residente all’estero quando trascorre oltre sei mesi nel paese di straniero, va da se che chi parte dopo il mese di giugno non è in grado di dimostrare la sussistenza di questo requisito.

Aliquote su scala globale. Tornando allo studio della Kpmg sulla tassazione dei redditi delle persone fisiche da un punto di vista più generale si è assistito a un aumento della pressione fiscale dei redditi dal 2012 al 2013 dello 0,3%. L’aumento dell’imposizione si giustifica con le maggiori necessità finanziarie di alcuni paesi. Le precedenti aliquote non consentivano un recupero di gettito necessario per finanziare le spese. Lo studio, come detto, prende in considerazione circa 130 paesi.

La lista dei peggiori. Fin qui si è parlato dei paesi migliori passando a quelli peggiori gli ultimi posti sono occupati da diverse tipologie di Stati alcuni alle prese con necessita di riequilibrio dei conti pubblici e gli altri riferibili all’area del nord Europa. In questi ultimi esiste un welfare tradizionalmente molto generoso ma anche chiaramente costoso. «La Finlandia è uno dei paesi con il miglior rapporto fra tasse versate e servizi restituiti», ha spiegato Quaglia. Uno dei cambiamenti più profondi riguarda, invece, la Spagna un paese che fino a prima dello scoppio del problema del debito era considerato un paese fra più ospitali dal punto di vista tributario e che invece nel giro di pochissimo tempo è diventato uno dei più cari, l’aliquota marginale irpef è sopra il 50% al 52%. Nel corso dell’ultimo anno la trasformazione più importanti ha coinvolto gli Stati Uniti. Il taglio delle agevolazioni proposte dal Presidente George Bush, introdotte per favorire la ripresa, ha fatto risalire l’aliquota dal 35 al 39,6%. Il record dell’aumento percentuale più importante sempre nel corso del 2013 spetta però alla Slovenia, con un aumento di ben 9 punti percentuali dal 41% al 50%.

L’Italia. Il paese tricolore come è ovvio occupa le posizioni più basse della classifica, 123° ed è andata anche bene. Lo studio si limita, infatti, all’analisi dell’aliquota marginale non tenendo conto del peso delle addizionali comunali e regionali. La fiscalità locale è cresciuta in modo abnorme negli ultimi anni. Comuni e Regioni hanno compensato i tagli del Governo centrale con un aumento delle addizionali. Se si fosse tenuto conto, in media, del peso delle tasse locali sempre al 43% dell’Irpef andrebbe aggiunto in media almeno un altro punto percentuale. E non è finita qui, se a questo ci aggiungiamo il contributo di solidarietà del 3% sui redditi superiori ai 300 mila euro lordi, la pressione lievita ancora fino al 45%. Il contributo di solidarietà è infatti deducibile e quindi il suo impatto netto è decisamente inferiore, attestandosi in media all’1,70%.

La Francia. Un’analisi a sé merita anche la Francia, per rimanere su paesi vicini. La valutazione delle semplice aliquote è ingenerosa rispetto alla reale pressione fiscale sui redditi. La Francia è al 45%, un valore sicuramente non basso. Il paese transalpino vanta però un sistema di detrazioni e deduzioni molto importante. I soggetti più favoriti sono le famiglie con prole. La Francia per i nuclei più numerosi è quasi un paradiso fiscale. Interessante è anche il destino della tassa sui redditi superiori al milione di euro, giudicata dalla Corte costituzionale illegittima.

L’ultima tendenza. Lo studio della Kpmg però ci svela un’altra curiosità. L’ultima tendenza è quella dell’introduzione delle imposte sui redditi temporanee, l’India è un valido esempio in questo senso. Il paese sud asiatico ha fatto lievitare del 10% le imposte sui redditi per i percettori di compensi sopra a 1 milione di rupie (12 euro circa). La misura dovrebbe valere solo per l’anno fiscale 2013-2014. Stessa strada è stata perseguita da Repubblica Ceca e Giappone. Il primo paese ha introdotto un contributo di solidarietà del 7% da applicare alla parte eccedente 1.242.432 corone (48.000 euro circa), mentre il Giappone ha aumentato dello 0,84% l’aliquota marginale per finanziarie le spese straordinarie per la ricostruzione dopo il terremoto del 2011. Passando dagli aumenti alle riduzioni quelle più importanti sono quelle di: Lettonia e Gran Bretagna. Il paese baltico ha ridotto dell’1% la sua aliquota proporzionale. L’obiettivo è di portare entro il 2015 la tassazione sui redditi al 20% dal 25% di partenza. La Gran Bretagna da aprile 2013 ha ridotto l’aliquota dal 50 al 45%. Anche la Grecia si è concessa un taglio dal 45 al 42% ma la riduzione è stata compensata da un aumento complessivo della tassazione colpendo soprattutto i redditi sotto i 220 mila euro.

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