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Pressione fiscale al 43,5% L’80% delle tasse è pagato da dipendenti e pensionati

La metà degli italiani dichiara meno di 16.213 euro, solo il 5 per cento dei contribuenti si posiziona nella propria denuncia dei redditi sopra i 50 mila euro, mentre tra i 15 mila e i 50 mila risiede il grosso della middle class: il 49 per cento. Addirittura sarebbero solo 415 mila (circa l’1 per cento del totale) i nostri connazionali che dicono al Fisco di guadagnare oltre i 100 mila euro. E’ questa la sorprendente istantanea dell’Italia delle tasse dell’anno 2013 (dichiarazioni del 2014) diffusa ieri dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia.

L’analisi mostra un Paese che ancora non ha fatto pace con la denuncia dei redditi e che quando si tratta di compilare il modello Unico stenta a dire tutta la verità. In particolare sono le fasce alte di reddito che sembrano mancare all’appello: i cosiddetti Paperoni che hanno il coraggio di dichiarare al Fisco che hanno prodotto un reddito di oltre 300 mila euro (con la conseguenza di pagare anche il contributo di solidarietà del 3 per cento oltre all’aliquota del 43 per cento), sono solo 30 mila. Ce ne sono altri? Il rapporto del Mef non lo dice, ma un altro dossier del ministero dell’Economia parlava tempo fa di un imponibile evaso di oltre 90 miliardi con cui bisogna fare i conti. Non può essere un alibi la pressione fiscale che ha tuttavia raggiunto tetti molto elevati: proprio ieri l’Istat ha diffuso i dati definitivi del 2014 segnalando che il rapporto tra tasse, contributi e Pil è salito al 43,5 per cento. Anche l’analisi delle dichiarazioni dei redditi suddivisa per categorie professionali e produttive conferma distanze e sperequazioni. La base della piramide, sulla quale pesa il grosso del gettito fiscale, è quella dei lavoratori dipendenti e dei pensionati i quali contribuiscono al bilancio pubblico costituendo l’82 per cento dell’intero reddito dichiarato dai 41 milioni di contribuenti italiani. In particolare il reddito da pensione supera per la prima volta, testimoniando l’invecchiamento della popolazione, il 30 per cento del reddito complessivo sebbene per effetto degli interventi Monti-Fornero i pensionati si sono ridotti di 168 mila unità.
Svettano in cima alla classifica dei redditi medi dichiarati i lavoratori autonomi: professionisti, avvocati, architetti, medici, notai, artigiani e commercianti arrivano a dichiarare in media 35.660 euro annui. La cifra è naturalmente una media: non è altissima, anche se pone almeno la categoria in testa alla classifica. Il piatto piange invece con la categoria degli imprenditori: si tratta in realtà di una sorta di lavoratori autonomi che scelgono la forma della ditta individuale e molto spesso non hanno neppure dipendenti. Molti sono commercianti e artigiani altri titolari di veri e propri piccoli opifici: costoro, all’interno della forma societaria, possono utilizzare al meglio stime di magazzino e altre specifiche contabili. Risultato: il reddito medio dichiarato dalla categoria è di 17.650 euro. Si tratta di un reddito più basso di quello che pagano i lavoratori dipendenti sulla busta- paga e che è pari in media a 20.600 euro l’anno. Anche in questo caso il contesto non va trascurato: il rapporto del Mef testimonia la forte crisi che abbiamo alle spalle e spiega che nel 2013 ci sono stati 60 mila soggetti che sono mancati all’appello della dichiarazione del reddito d’impresa, presumibilmente per chiusure o fallimenti.
Tornando all’impatto complessivo delle tasse sull’intera platea dei contribuenti, sono quelle locali a mordere di più. L’addizionale comunale Irpef ha registrato un aumento del gettito dell’8,9 per cento rispetto al 2012 (in totale il peso è di 4,4 miliardi), l’addizionale regionale Irpef ha invece registrato un incremento dell’1,5 per cento rispetto all’anno precedente totalizzando un gettito pari a 11,2 miliardi. Secondo il rapporto dell’Economia l’imposta media degli enti territoriali è stata di 370 euro (+2,8% rispetto all’anno precedente), mentre nei comuni è stata di 170 euro (+6,2%).
L’indagine fiscale arriva mentre l’Istat diffonde il consuntivo dei conti pubblici del 2014. Il fatidico 3 per cento del rapporto deficit- Pil ha tenuto senza sforamenti: aspetto importante per il continuo braccio di ferro con Bruxelles e per un articolo del Wall Street Journal nel quale si dice che è l’Italia («un elefante nella stanza») e non la Grecia il «vero nodo europeo ». Nel quarto trimestre dell’anno la pressione fiscale è salita al 50,3 per cento del Pil (uguale al quarto trimestre del 2013 quando fu del 50,2): si tratta di una impennata dovuta ai versamenti fiscali di fine anno perché la media del 2014, come accennato, è seppure alta, attestata al 43,5 per cento del Pil (43,4 nel 2013). In questo caso bisogna considerare, come segnalava ieri il Pd Marco Causi, che non viene contabilizzato come riduzione dell’Irpef il bonus fiscale di 80 euro che vale da solo lo 0,6 e dunque fa scendere il rapporto tasse-Pil a quota 42,9 per cento. Fermo il potere d’acquisto delle famiglie (è aumentato solo il reddito dello 0,2 segnando una inversione di tendenza, ma è stato divorato dalla microinflazione). Male anche le imprese: le società non finanziarie hanno vissuto un 2014 con profitti che non sono mai andati così giù dal 1995.
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