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Pressing Ue sull’Italia “Subito il paracadute per salvare le banche”

Nel vortice di iniziative del governo, ce n’è una che spicca per il silenzio in cui è avvolta. Non è mai entrata nelle slide di Matteo Renzi a Palazzo Chigi e neppure il Tesoro ne parla in pubblico. Ma in entrambi i palazzi della politica economica è ormai chiaro che si tratta di una scelta sempre più difficile da rinviare. Il ministero dell’Economia ha persino iniziato a lavorarci, ma con una cautela del tutto comprensibile. In Italia e non solo, oggi non c’è niente di più duro da far accettare ai contribuenti di un “paracadute” costruito con i loro soldi per tutelare le banche.

Per quanto non se ne parli, anche in Italia presto dovrà succedere. Di recente ne ha parlato davanti all’europarlamento Danièle Nouy, la presidente del consiglio di sorveglianza dell’organismo centrale di vigilanza bancaria in area-euro (Ssm). La francese è stata molto esplicita: «Abbiamo bisogno di paracadute pubblici solidi e ben definiti a livello nazionale», ha detto. «Mi appello agli Stati membri perché onorino i forti impegni presi sui paracadute, in modo da poter rispondere rapidamente a qualunque debolezza emerga».
Il gergo di Nouy è abbastanza da addetti ai lavori perché pochi fuori da quella cerchia lo abbiano notato. Ma il significato è chiaro: entro l’autunnoogni governo dell’area euro, Italia inclusa, deve mettersi in condizione di ricapitalizzare le banche del proprio Paese. Anche con denaro pubblico, se necessario.
Nelle istituzioni italiane in realtà esistono due letture diverse di questo obbligo. Al Tesoro si pensa che occorra emettere titoli sul mercato per creare un vero e proprio fondo, in modo da avere già molti miliardi pronti per le banche se e quando serviranno. In Banca d’Italia invece si è convinti che basti approvare una legge che crea il sistema di salvataggio, per poi dotarlo di denaro e usarlo non appena necessario. Nel primo caso il debito pubblico aumenterebbe immediatamente, circa di un altro punto di prodotto interno lordo: fino al 136%. Nel secondo caso invece l’aumento del debito non scatterebbe subito, mentre va approvata in tempi brevi una legge sulla ricapitalizzazione pubblica delle banche.
Alla fine fra i due scenari potrebbe non esserci molta differenza: l’ipotesi che il governo debba pagare per rafforzare degli istituti di credito, facendo salire il debito, è tutt’altro che irrealistica. Gli obblighi sul “paracadute” sono infatti legati all’esame a cui la Banca centrale europea sta sottoponendo 15 istituti in Italia e circa 130 in zona euro. I risultati arriveranno in autunno. È a quel punto che l’Eurotower esprimerà un giudizio numerico sullo stato dei bilanci di ogni società finanziaria. A quelle che risulteranno sotto l’8% di una certa misura di solidità patrimoniale (“common equity core Tier 1”) saranno concessi sei mesi per ricapitalizzarsi. Quelle che nello scenario di un’altra recessione rischiano di scivolare sotto il 5,5%, avranno invece nove mesi. In ogni caso tempi stretti per trovare molto denaro sul mercato: chi non ci riuscisse, sarebbe nell’obbligo di farsi aiutare dal proprio governo e il governo sarebbe tenuto a fornire il capitale. Di qui il vincolo europeo a costituire già entro ottobre il “paracadute”, Su di esso Renzi per ora preferisce tacere. Naturalmente non è detto che alla fine i soldi pubblici serviranno, ma se il premier lo esclude in anticipo corre un rischio elevato. Non c’è niente di più facile infatti che, con gli esami di Francoforte, qualche banca italiana non riesca ad arrivare alla sufficienza. La Bce vuole mostrare che i suoi test sono severi e credibili, e agli occhi degli investitori niente li può rendere tali meglio di qualche bocciatura nei Paesi considerati più deboli. Inoltre, certi criteri dell’Eurotower sono più restrittivi di quelli accettati fin qui in Italia: la moratoria sui mutui negoziata fra l’Associazione bancaria italiana e i consumatori, per esempio, con i nuovi criteri europei erode di più il capitale degli istituti.
Ma soprattutto, il governo Renzi ora è di fronte a una scelta difficile. Se crea il “paracadute” pubblico per le banche dopo aver piazzato platealmente 1,8 miliardi di tasse su di loro solo poche settimane fa, sembrerà contraddittorio. Se non lo fa, rischia una perdita di fiducia verso l’Italia e nuovi tremori sui mercati del debito. La partita è aperta. Iniziare a parlarne, anche senza scriverlo su una slide, sarebbe già un primo passo.
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