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Pressing da Berlino «Il default greco? Non è più escluso»

Quando decide di dare un’intervista seduto nel suo ufficio di ministro delle Finanze — dunque non una dichiarazione volante — Wolfgang Schäuble di solito vuole dire qualcosa di significativo. Ieri, lo ha fatto. Ha ammesso che la Grecia potrebbe fare default, cioè non pagare una rata del debito ai suoi creditori. Si tratterebbe di un salto di qualità nella crisi che contrappone il governo di sinistra radicale di Atene al resto dell’eurozona: ma sarebbe la conseguenza — ha sostenuto il politico di governo più autorevole di Germania dopo Angela Merkel — di una scelta fatta dai cittadini ellenici. Schäuble ha anche senza mezzi termini invitato a stare «nei limiti delle sue funzioni» la Commissione Ue, che nei giorni scorsi pareva volere avanzare proposte di mediazione nel negoziato con la Grecia. 
In un’intervista ai quotidiani Wall Street Journal e Les Echos , il ministro ha detto che oggi ci penserebbe molto prima di dare di nuovo la garanzia che dette nel 2012, cioè che Atene non avrebbe fatto default. «La decisione sovrana, democratica del popolo greco ci ha lasciati in una posizione molto diversa» ha affermato. Il ragionamento di Schäuble, politico sofisticato, è inteso a fare pressione sul governo ellenico affinché accetti un programma di riforme in cambio di aiuti. Ma va al di là. Quando parla di scelta democratica, cioè dell’elezione al governo del partito di Syriza, indica due cose.
Innanzitutto, che se Atene fa default non è perché una crisi finanziaria è sfuggita di mano ma perché un Paese democratico può decidere di non pagare i creditori, subendone le conseguenze (e, aggiunta logica ma non detta dal ministro, può anche scegliere di uscire dall’euro). In secondo luogo — ancora più importante — indica che lo stallo attuale delle trattative è politico, non tecnico. E, come ogni scelta politica, può essere rovesciata. E qui si apre uno scenario — che qualcuno giudica cinico, altri realista — che in Europa ha preso ormai piede senza che nessuno lo espliciti: prevede che la soluzione alla crisi ellenica passi per un cambio di governo ad Atene. Che potrebbe avvenire attraverso nuove elezioni o un referendum. La questione corre sottopelle ma sta diventando di attualità.
Non a caso, due giorni fa, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha detto di non ritenere (più) opportuno un referendum sull’accettare o meno le proposte dei creditori: dice che sarebbe di fatto un referendum sullo stare o meno nell’euro. Varoufakis si contraddice due volte: in marzo, in un’intervista al Corriere , aveva detto che il referendum era un’ipotesi possibile e quando il Corriere aveva scritto che sarebbe stato inevitabilmente sull’appartenenza o meno all’euro aveva accusato il giornale di essere parte di una campagna anti-Syriza. Oggi dice due cose contrarie. Ma probabilmente ha colto che nell’aria si sta consolidando l’idea di spingere Syriza a confrontarsi con gli elettori.
Schäuble ha anche invitato la Commissione Ue a limitarsi al suo ruolo di controllore della situazione in Grecia, al fianco della banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale. E a non avanzare proposte: nei giorni scorsi è circolato un progetto del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker che Berlino considera troppo favorevole ad Atene. «Molta gente parla di cose che non capisce o delle quali non è responsabile — ha detto in stile suo tipico — La Commissione svolge il suo ruolo come parte delle tre istituzioni. Ma agisce nei limiti delle sue funzioni». Le decisioni, in altre parole, le prendono i singoli Paesi. La settimana prossima, Schäuble presiederà a Dresda un G7 finanziario nel quale si discuterà di Grecia: vuole arrivarci in posizione di forza e senza avere sul tavolo proposte che giudica non accettabili.

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