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Prescrizione, stop in Cassazione

Va disapplicata la disciplina sulla prescrizione. Almeno per i gravi reati che colpiscono gli interessi finanziari dell’Unione europea. È questa la conseguenza immediata della sentenza della Corte di giustizia europea che pochi giorni fa (l’8 settembre) ha dichiarato l’incompatibilità di un segmento della nostra legislazione penale sui termini di prescrizione con il diritto comunitario. 
A prendere la via più dirompente è ora la Corte di cassazione con una pronuncia della Terza sezione penale, per ora solo anticipata in una nota vista l’estrema rilevanza della questione.
I giudici della Corte hanno cioè dato risposta affermativa alla domanda chiave, quella sulla necessità della disapplicazione degli articoli 160 e 161 del codice penale, nella versione introdotta nel 2005 dalla legge ex Cirielli (n. 251).
Disapplicazione che diventa scelta obbligata quando la loro applicazione comporta l’allungamento di solo un quarto dei termini quando il procedimento ha visto la prescrizione sospesa per effetto di uno o più degli atti interruttivi previsti dal Codice.
Un prolungamento, quello di un quarto, che la Corte di giustizia ha giudicato troppo esiguo e tale da assicurare una sostanziale impunità agli autori di un reato grave come quello di omissione di versamenti Iva, tributo quest’ultimo di evidente matrice comunitaria.
La Corte di giustizia rimetteva in realtà al giudice nazionale la decisione sulla disapplicazione delle norme contestate, al termine di una valutazione sulla portata pregiudizievole della loro applicazione per gli obblighi imposto agli Stati membri dal diritto dell’Unione europea. Quali obblighi? Soprattutto quelli di presidiare con un sistema sanzionatorio efficace e con elevato tasso deterrente l’area degli interessi comunitari.
La valutazione fatta dalla Cassazione, ma sarà importante la lettura delle motivazioni, è stata quella per certi versi più estrema, conducendo a non considerare più estinto per prescrizione un giudizio che invece era destinato a morire.
Di certo, però, la valutazione della Cassazione non è l’unica possibile. Tanto è vero che la Corte d’appello di Milano (si veda l’articolo in questa pagina) a poche ore di distanza ha preso una strada diversa rinviando la decisione alla Corte costituzionale alla luce della possibile fondatezza della questione di legittimità centra su conflitto con l’articolo 25, secondo comma, della Costituzione. Ovvero, per effetto della disapplicazione del conseguente dilatarsi dei termini di prescrizione, la persona imputata potrebbe venire sanzionata sulla base di un assetto della disciplina penale che non era in vigore al momento della presunta commissione dei fatti.
Già, perché le conseguenza della decisione della Cassazione sono tutte da pesare, ma intanto, sempre in attesa delle motivazioni, è assolutamente probabile che i giudici, sgombrato il campo dal macigno della prescrizione, vadano a sentenza, magari condannando chi, sulla base della disciplina sinora vigente e soprattutto vigente al tempo del reato, se la sarebbe invece cavata con un processo estinto per scadenza dei termini di prescrizione.
Ad aprirsi sono poi scenari inediti come quello sulla lunghezza dei termini di prescrizione per il reato di omessi versamenti Iva e altri che a questo potrebbero essere equiparati.
Assodato che l’allungamento di un quarto, nella lettura degli eurogiudici, non è congruo e che atti interrotti sono più la norma che l’eccezione in un procedimento penale, quando si prescriveranno gli omessi versamenti?
A fare chiarezza potrebbe allora forse essere lo stesso legislatore, visto che al Senato attende di essere esaminata proprio quella riforma della prescrizione che ha già ricevuto il sì della Camera.
Riforma fondata sul congelamento dei termini in caso di condanna e che la Corte di giustizia potrebbe forse già ritenere risposta adeguata.

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