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Il premier tra il Colle e Palazzo Chigi ma la prima missione sono le riforme

I pochi in grado di decrittarne parole e pensieri, giurano che Mario Draghi stia già pensando al trasloco. Che la tentazione di spostarsi da Palazzo Chigi al Quirinale sia forte e per questo motivo abbia in mente una road map chiara: mandare avanti subito le riforme contenute nel Recovery plan, spingere al massimo la campagna vaccinale e accelerare sui ristori. In modo da portare il Paese con un piede fuori dall’emergenza a gennaio. A quel punto il premier considererà sostanzialmente svolto il suo mandato. E sarà pronto per una successione a Mattarella considerata, fino a pochi mesi fa, quasi naturale. Ma resa ora più complicata da diversi fattori: le preoccupazioni di Bruxelles sulla reale capacità italiana di attuare il Pnrr; i calcoli opposti dei partiti; le singole strategie degli altri candidati e le mire di chi punta a fare da ago della bilancia.
L’incognita più forte, e Draghi lo sa bene, è rappresentata dalla composizione di questo Parlamento. Che ha dimostrato in ogni modo, a partire dalla formazione di tre governi in tre anni, di essere capace di esercitare una notevole resistenza davanti alla possibilità di uno scioglimento anticipato, specie con la prospettiva di un taglio dei seggi. La maggioranza del corpaccione parlamentare teme che vedere salire l’attuale premier al Colle, un inedito nella storia della Repubblica, significherebbe andare al voto già nel 2022.
E però, proprio l’idea delle elezioni anticipate grazie a un’ascesa di Draghi al Quirinale tenta sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni, oltre che un pezzo di Forza Italia: tutti convinti di capitalizzare il vantaggio attribuito dai sondaggi. «Io non so cosa voglia fare il premier ma non lo vedo a farsi logorare nel 2022 da una maggioranza litigiosa che perderà il collante dell’emergenza», profetizza Renato Schifani, consigliere politico di Silvio Berlusconi. E il voto tra un anno potrebbe tentare perfino Enrico Letta, se le rilevazioni sul consenso del Pd migliorassero rispetto a oggi. Nel centrosinistra però sono in tanti a sperare che Draghi resti fino al termine della legislatura. Per due ragioni: i ritardi nella costruzione di un’alleanza sull’asse Pd-M5S e la presenza, nel proprio recinto, di altri autorevoli candidati. Dario Franceschini potrebbe prendere il posto di Roberto Fico, se il presidente della Camera accettasse la candidatura a Napoli, e preparare così la via per il Colle. Paolo Gentiloni potrebbe tornare da Bruxelles richiamato a più alto incarico, e più di uno nel Pd pare stia lavorando per questo. Qualcuno sussurra, di nuovo, il nome di Romano Prodi. Soluzioni che il centrodestra farebbe fatica ad accettare, pur avendo meno candidati spendibili. Antonio Tajani ha parlato del “sogno” di vedere Berlusconi al Colle, che si infrange però sulle vicende giudiziarie del Cavaliere, e non solo. Ci sarebbero altre figure identitarie, come quella di Marcello Pera. Più facile convergere su un nome “terzo”, un non politico come Draghi. O, in alternativa, Marta Cartabia, una carta da giocare sia per il Quirinale che per la sostituzione dell’ex capo della Bce a Palazzo Chigi.
Una cosa è certa: questa volta non si potrà trattare il centrodestra da comparsa. Sarà diverso dal 1999 (Ciampi), dal 2006 e dal 2013 (Napolitano), dal 2015 (Mattarella): in tutte quelle occasioni fu sempre il centrosinistra a dare le carte. I numeri oggi non lo consentono: Forza Italia, Fdi, Lega e Cambiamo di Toti hanno insieme 412 parlamentari e la maggioranza dei delegati regionali, che dovrebbero essere 38. Pd, M5S e Leu si fermano a quota 386, con 20 grandi elettori provenienti dalle Regioni. Pur sommando a questo plotone i rappresentanti di altri gruppi politici (da Tabacci agli ex grillini), impossibile prescindere da un accordo con la coalizione di Salvini e Meloni. «È così, sempre che riusciremo a restare uniti», sorride Ignazio La Russa, fra i fondatori di Fdi. Ago della bilancia, ancora una volta, potrebbe essere Matteo Renzi con i suoi 45 parlamentari. L’ex Rottamatore, non è un mistero, è uno dei primi sponsor di Draghi e c’è chi è pronto a scommettere che sarà lui a spingerlo ancora più in alto.
In tutto questo, c’è una possibilità che circola sempre meno sottovoce soprattutto in ambienti Pd e M5S. Chiedere a Sergio Mattarella di fare come Giorgio Napolitano. «Il precedente c’è – è il ragionamento – se restasse anche solo un anno si potrebbe mettere al riparo il Recovery e si potrebbero portare avanti le riforme avviate». Che il capo dello Stato non ne abbia alcuna intenzione, non è considerato un ostacolo. «Non l’aveva neanche Napolitano – racconta chi in quei giorni ci parlava di continuo – aveva gli scatoloni pronti, aveva detto no e poi no, ma davanti alla situazione e alla richiesta arrivata da tutti i presidenti di Regione dovette cedere». Solo che la situazione allora era molto differente. Napolitano sapeva che sarebbe dovuto restare ancora due anni e che dopo di lui sarebbe stato quello stesso Parlamento a eleggerne il successore. Stavolta non è così. Il prossimo Parlamento è l’incognita che spaventa tutti: a partire da chi ancora tifa per Mario Draghi.
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