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«Prelios, l’alleanza con Intesa per risanare le aziende in crisi»

«L’operazione sui crediti Utp che Intesa Sanpaolo ha annunciato, scegliendo Prelios come partner, rappresenta per noi un salto qualitativo e dimensionale di grande rilievo, ma quello che più mi rende orgoglioso e motivato è che ora Prelios avrà la possibilità di fare la propria parte per il bene del Paese. Infatti l’obiettivo di Intesa, che noi abbiamo sposato, è chiaro: riportare in bonis il più grande numero di aziende possibile».

Fabrizio Palenzona, 66enne, pare aver ritrovato una nuova giovinezza da quando è diventato presidente di Prelios, l’ex società immobiliare in difficoltà risorta negli ultimi anni allargando il business alla gestione dei crediti deteriorati. Chi è Palenzona? Cavaliere del lavoro, ex Dc, uomo delle Fondazioni, amico di Mediobanca e custode delle eredità di Cuccia e Maranghi. Ma poi anche banchiere – tra i fondatori di UniCredit – e leader degli autotrasportatori, delle società autostradali, ex presidente degli Aeroporti di Roma e molto altro. L’ultimo power broker italiano, dicono negli ambienti finanziari che collegano Milano a Roma, ma oggi scopriamo anche key manager di diversi fondi americani. Ecco come spiega, in questa intervista a Il Sole 24 Ore, il ruolo che la nuova Prelios intende giocare dopo la “grande alleanza” con Intesa Sanpaolo.

Partiamo dalla maxi-operazione da 9,7 miliardi con Intesa Sanpaolo sui crediti Utp relativi a 11mila imprese italiane in difficoltà. Che obiettivi avete?

Precisiamo: l’operazione potrà considerarsi conclusa solo dopo che il regolatore, Banca d’Italia e Bce, di cui abbiamo cercato sempre di interpretare e rispettare gli obiettivi, l’avrà autorizzata. Detto questo, si tratta di un progetto molto innovativo e sfidante, figlio di una visione ben precisa del ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina che si può sintetizzare in tre parole: “Back to bonis”! (cioè puntando non a disfarsene ma a valorizzarli, ndr) Diciamolo sinceramente: di Unlikely to Pay parlano in tanti. Nessuno ha fatto alcunché di significativo. Intesa Sanpaolo ha avuto il coraggio di fare un’operazione, unica in Europa di questo rilievo, e ha scelto Prelios. È una scommessa non soltanto per la banca e per noi, ma per il sistema Paese. Non dimentichiamoci che si tratta di crediti vivi. È assolutamente necessaria la capacità di gestirli con la logica, appunto, del “back to bonis”.

Perché avete deciso di proporvi a Intesa e non ad altri? Lei è stato per anni vicepresidente di UniCredit…

Intesa è decisamente la banca più sofisticata a livello europeo nell’identificazione di soluzioni innovative nella gestione e riduzione dei crediti deteriorati e ha il coraggio di intraprendere strade nuove che tutelino patrimonio e mercato. Per noi è motivo di orgoglio essere partner della prima banca del Paese, condividendone valori e obiettivi. Abbiamo avuto sin dall’inizio la sensazione di poter cogliere nel segno, grazie all’apertura del dottor Messina, ma non saremmo arrivati sin qui senza la professionalità, il supporto e la determinazione dei team di Intesa e di Banca Imi.

Ormai parla quasi da banchiere. Ma non si definiva un politico in prestito al mondo del business?

Guardi, la politica è come l’aria: o la fai o la subisci. Detto questo, io faccio con passione il presidente di Prelios. I successi nel business, ma anche in politica, dipendono soprattutto dalla squadra. Io e l’ad Riccardo Serrini ci confrontiamo con una prima linea di quarantenni, tanto giovani quanto dotati di un curriculum e di una esperienza assolutamente invidiabili. Luigi Aiello, Fabio Panzeri e Sergio Cavallino danno guida e solidità al nostro team di management. Sono giovani, trasparenti e determinati. Non mollano mai. Quando penso che sono il più anziano in Prelios, che ho colleghi di meno di 25 anni venuti a lavorare da noi a Milano anziché andare a Londra, che la nostra azienda crea controtendenza rispetto alla fuga dei talenti, trovo tutto questo estremamente gratificante. I nostri dipendenti erano 400 nel 2016. Sono 473 oggi, e ne assumeremo altri 120 che lavoreranno sugli Utp. Tutti giovani, laureati, spesso con un master.

Torniamo all’operazione con Intesa. Gli Utp sono crediti particolari: appartengono ad aziende in difficoltà ma ancora vive. Come farete a riportarle in bonis, a guadagnarci e ad aiutare l’economia reale?

L’investimento è molteplice: in persone, in sistemi informatici, in capacità manageriali specialistiche. Tenga anche conto che il 40% di questi crediti Utp è di natura immobiliare, e qui mettiamo in gioco tutta la nostra capacità in un settore in cui abbiamo presenze capillari e competenze pluriennali.

Operativamente come intendete procedere con i nuovi Utp delle imprese in crisi?

Con gli Npl siamo di fronte a una storia imprenditoriale finita. L’atteggiamento è quello della liquidazione o, se mi si passa il concetto, del becchino. Gli Utp invece sono pazienti ospedalieri, carne viva del sistema economico: imprenditori, aziende, dipendenti, è economia reale. La nostra capacità sarà capire, nel più breve tempo possibile, chi abbia prodotto e mercato, e metterlo subito in condizioni di competere. Capire dove vanno messi i soldi per andare avanti. Dialogando con il resto del sistema bancario, perché nessuna azienda ha un solo fornitore di credito. Tutte le imprese che possono sopravvivere vanno salvate. Perché se un’azienda fallisce, tutto il sistema è più povero. Noi vorremmo fosse chiaro a tutti gli imprenditori interessati: non preoccupatevi! Intesa non intende scaricarsi di un problema anzi, il contrario. Vuole un partner specializzato e focalizzato ad accelerare la vostra uscita dalla crisi finanziaria.

Nell’immobiliare, settore in cui voi siete presenti, Milano è percepita come un’oasi per gli investimenti esteri. Avete segnali di interesse anche per altre zone d’Italia?

Milano, grazie a Dio, è un unicum positivo in Europa. Puntiamo a sanarne le “ferite”, si pensi a Porta Vittoria, Milanosesto e il Trotto e molto altro. Ma non c’è solo Milano. Abbiamo investito con i nostri partner internazionali in aree complesse come l’interporto di Bari, o gli asset logistici del gruppo Artoni in amministrazione straordinaria. Ci sono enormi opportunità , dobbiamo saperlo spiegare bene.

Nei vari settori in cui operate siete spesso affiancati da investitori esteri. E il vostro socio proprietario è un fondo Usa. Dal vostro punto di osservazione, quanto pesa il rischio Italia?

Mi dà l’occasione per sottolineare che senza il supporto concreto di Davidson Kempner, nostro azionista, non saremmo partiti. Molti grandi investitori internazionali, e il nostro ne è il più recente esempio, hanno ormai fattorizzato l’instabilità politica del Paese nelle loro aspettative di ritorno. È l’Italia che ha poca fiducia nei fondi stranieri, non il contrario. Quasi sempre vengono criticati per le aspettative di ritorno, e condannati mediaticamente quando gli investimenti vanno bene. Nessuno ne parla quando le cose vanno male. Sono convinto che questi operatori siano preziosi e necessari per rilanciare il Paese. Bisogna però assicurare certezza e stabilità delle regole. Dobbiamo abbandonare un vecchio e mortale vizio italico: cambiare le regole del gioco a partita iniziata.

Il settore dei servicer è in fermento. Cerved è stato al centro di un tentativo di acquisizione, il fondo Elliott punta a uscire da Credito Fondiario che tenta una partnership con Banca Ifis. Che strategia ha Prelios nel riassetto del settore?

Sì, il mercato è in fermento. Un consolidamento ci sarà. Ma il nostro focus oggi è far funzionare la partnership con Intesa. Convinti che dall’efficienza della macchina operativa scaturirà valore non solo per gli azionisti, cosa ovvia, ma per il tessuto economico e occupazionale del nostro caro Paese. Nessuna attività umana è intelligente e buona se non è portatrice di bene comune.

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