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Prelievo sugli utili in stile inglese

di Chiara Bussi

L'Inghilterra ne ha fatto il suo fiore all'occhiello per diventare «il Paese più attraente del G7». In Spagna è uno dei cavalli di battaglia del partito popolare in vista delle elezioni del 20 novembre. Per l'Irlanda è il gioiello di famiglia che non è stato ceduto al banco dei pegni per ottenere il sostegno della comunità internazionale. In Germania è un leitmotiv fin dall'era Schröeder.

In tempi di crisi la riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta il jolly da calare, in nome di una maggiore competitività, nella Ue (con la recente eccezione del Portogallo) e a livello mondiale. Tanto che dal 2000 ad oggi – secondo la fotografia scattata dall'ultimo "Corporate and indirect tax survey" di Kpmg – l'aliquota media a livello globale è passata dal 29 al 23 per cento, lo stesso dell'Unione europea, e al 25,62% nell'area Ocse. Di pari passo – spiegano dalla società di consulenza – si è assistito a un progressivo spostamento dalla tassazione diretta a quella indiretta, con la leva dell'Iva, che oggi si attesta al 15,41% a livello mondiale. «Negli anni scorsi – sottolinea il report – i governi hanno puntato molto sull'imposta sui consumi come strumento in grado di garantire maggiore stabilità e entrate in "tempo reale" rispetto al processo più complesso della tassazione dei redditi di impresa. La riduzione delle aliquote fiscali sulle imprese ha inoltre garantito significativi recuperi di competitività nell'attrazione degli investimenti esteri». Quest'anno tra i sette paesi più industrializzati del mondo Usa e Giappone si confermano quelli con il tax rate più elevato (al 40%). La Gran Bretagna, con il 28%, è il nuovo Eldorado per le imprese e punta a consolidare la sua posizione nei prossimi anni. Una mossa annunciata a sorpresa a marzo dal cancelliere dello Scacchiere George Osborne che ha ridotto di due punti percentuali le imposte sui redditi di impresa a partire dallo scorso aprile e punta ad arrivare al 23% a colpi di un punto percentuale in meno all'anno. Parallelamente il Paese ha innalzato l'Iva dal 17,5 al 20 per cento. «Un esempio di tempestività – sottolinea Domenico Busetto, partner di KStudio Associato, la struttura di fiscalisti e avvocati associati a Kpmg) – che ha cercato di dare una risposta alla fuga delle multinazionali: un fisco più snello per le imprese ha effetti benefici anche in termini di occupazione».

Tra i ventisette Paesi della Ue la tassazione più conveniente è a Cipro e in Bulgaria (al 10%). A Nicosia, ad esempio, i dividendi non sono tassati e le spese legate all'attività imprenditoriale sono deducibili. Non tramonta poi l'astro fiscale dell'Irlanda, che si è tenuta ben stretta la tassazione agevolata del 12,5% nonostante la crisi e le ricette "lacrime e sangue" imposte da Ue e Fmi. Le più tartassate sono invece le imprese di Malta, dove l'aliquota nominale è pari al 35 per cento.

Seguono Belgio e Francia, con un tax rate superiore al 33 per cento. Nei due Paesi esistono tuttavia sconti e deduzioni di imposta per alcune tipologie di imprese: quelle con una proprietà individuale superiore al 50% in Belgio e le Pmi francesi che beneficiano di un'imposta del 15 per cento. Il governo di Parigi, che ancora sta smaltendo la perdita del rating a tripla A da parte di Moody's, nella manovra anti-deficit di fine agosto ha però annunciato un inasprimento delle norme che consentono di spalmare su più anni le perdite e quindi di non pagare le tasse anche in presenza di bilanci in utile.

Al quarto posto si situa l'Italia, con un'aliquota nominale media del 31,4 per cento, il 10% in meno rispetto al 2000. «Il problema – spiega Busetto – non è solo la tassazione ancora elevata quanto le difficoltà di recupero dei crediti di imposta, che in altri Paesi richiedono pochi mesi e da noi anche anni. Un'aliquota conveniente – conclude – da sola non basta: occorre creare un habitat favorevole per gli investimenti, con un rapporto più sereno, trasparente e paritario con l'amministrazione tributaria». Segue la Spagna con il 30%. Qui il leader popolare Mariano Rajoy, favorito nella corsa elettorale, ha annunciato l'intenzione di introdurre una corporate tax al 20% per le piccole imprese. La Germania in soli sei anni ha ridotto le imposte sugli utili di 11 punti percentuali. Oggi il dibattito resta aperto, anche se per ora la coalizione guidata da Angela Merkel si è limitata a ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro a partire dal 2013. Gli esperti scommettono però su un nuovo alleggerimento degli oneri per le imprese.

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