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Praticanti, investimento difficile

Gli studi legali continuano a investire sui giovani praticanti, ma la preparazione teorica non basta, ci vuole concretezza

Il ricambio generazionale è linfa vitale per gli studi legali. E i protagonisti principali di questo rito di passaggio sono i praticanti. Non a caso, il Consiglio Nazionale Forense nel nuovo Codice Deontologico ha dedicato un articolo, il numero 40, ai rapporti tra avvocato e praticanti.

La parte più delicata del discorso è sicuramente quella legata al compenso dei giovani aspiranti professionisti.

Oltre all’obbligatorietà del rimborso delle spese sostenute è stato ormai messo nero su bianco che, dopo il primo semestre di pratica, il praticante abbia diritto ad un compenso adeguato tenuto conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio. Un passo avanti rispetto al passato, quando il compenso era calcolato in base all’ «apporto dato allo studio». Ora, invece, la retribuzione dei praticanti è legata unicamente alla presenza nello studio e all’attività svolta. Per l’avvocato che non si attiene a quest’obbligo potrà essere disposta la sospensione dall’esercizio della professione per due mesi.

Negli studi d’affari il lavoro per i praticanti non è mai mancato, così come le retribuzioni, più o meno alte. Nonostante la crisi, i nuovi ingressi negli studi non sono diminuiti.

Investire sulla formazione interna di un giovane professionista evidentemente continua ad essere uno dei punti fermi dei partner alla guida delle law firm. Spesso, si occupano loro stessi della selezione dei nuovi praticanti, verificando con attenzione la loro preparazione. E se si riesce ad entrare, rispetto alle realtà professionali più tradizionali, le retribuzioni sono più alte.

Un tirocinante da Dla Piper percepisce un compenso annuo fra i 21 mila e i 29 mila euro a cui si può aggiungere un bonus variabile calcolato sulla performance. Allo studio Chiomenti, dopo un possibile periodo di stage di 3/6 mesi, i praticanti confermati partono con una remunerazione di 24.000 euro lordi all’anno.

La retribuzione di un praticante alla sua prima esperienza di lavoro presso lo studio legaleDelfino e Associati Willkie Farr & Gallagher LLP ammonta a 1.500 euro mensili, cui può aggiungersi un premio a fine anno, a seconda delle performance personali e dello Studio, che tendenzialmente oscilla tra una e due mensilità di retribuzione. Infine, la retribuzione scende a 1.000 euro al mese per il neolaureato appena entrato nello studio De Berti Jacchia Franchini Forlani.

Per le law firm i costi del mantenimento dei praticanti non sono alti e non rientrano, infatti, tra quelli tagliati a causa della crisi. Come sottolinea Stefano Crosio, partner di Jones Day: «La crisi non ha influito in modo significativo: ogni anno abbiamo un numero di giovani neolaureati che ci proponiamo di inserire nella nostra struttura onde evitare di creare vuoti generazionali con il passare del tempo, e questo prescinde dai cicli economici.

Nel 2013 sono entrati a far parte del nostro studio 4 collaboratori tra praticanti e stagisti, che è all’incirca il numero che abbiamo come riferimento ogni anno».

Conferma questo andamento anche dall’avvocato Massimo Chiais dello Studio Legale Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher LLP: «No, la crisi non ha inciso sulle politiche di ingresso dei praticanti nello studio. Nell’ultimo anno, ne abbiamo inseriti 6 più 2 stagisti, questi ultimi per periodi di 3-6 mesi», e sulla selezione dei giovani continua, «il collegamento tra Università e mondo del lavoro è sicuramente un tema di rilievo anche nell’industria dei servizi legali. Alcune Università hanno compiuto, negli ultimi anni, sforzi apprezzabili, per ridurre questo gap. I seminari su temi specialistici, tenuti da esperti del settore, la simulazione di casi, i tirocini presso studi e organismi internazionali sono validi esempi in tal senso. Anche una maggiore diffusione della tecnologia e di adeguati strumenti di ricerca contribuiscono ad aumentare gli skills degli studenti. Sono, tuttavia, indispensabili un adeguato tutoraggio e un importante investimento formativo nei primi mesi di ingresso, per consentire ai praticanti di partecipare efficacemente dell’attività professionale dello Studio».

I legali intervistati riscontrano nei neolaureati un buon livello di conoscenza del diritto, ma lamentano una scarsa preparazione pratica. Filippo Modulo, socio Chiomenti, racconta che nell’ultimo anno sono stati inseriti nel suo studio trenta praticanti e commenta: «È chiaro che dall’università non escono avvocati pronti, ma probabilmente questo non è neppure il compito dell’università che, viceversa, deve assicurare una preparazione tecnica e giuridica eccellente. Certo, l’università potrebbe offrire percorsi più mirati in termini di materie di insegnamento ed avere un maggiore interscambio con il mondo professionale per aiutare gli studenti a comprendere quali ambiti offrano maggiori opportunità e su quali aspetti sia opportuno dedicarsi e concentrarsi al fine di avere un più rapido inserimento nel lavoro».

Nonostante abbia avuto la fortuna di incontrare la maggior parte delle volte ottimi elementi, Guido Callegari, partner di De Berti Jacchia Franchini Forlani segnala: «Un indubbio vantaggio l’hanno quei giovani provenienti da università che curano l’apprendimento delle lingue straniere anche con periodi di studio all’estero e che integrano i corsi giuridici con corsi in materie economiche. Un po’ per tutti i giovani lo scoglio da superare è il passaggio dallo studio teorico del diritto alla sua applicazione pratica».

Stesso discorso vale anche per Paolo Marra, partner di Hilex: «Riteniamo soddisfacente la preparazione giuridica di base, mentre colpisce la quasi totale assenza di conoscenze in ambito operativo: si arriva spesso a conseguire la laurea senza aver mai visto un atto di citazione o essersi mai cimentati in prove pratiche. Da questo punto di vista, le Università anglosassoni sono anni luce avanti a noi». E sulla modalità di selezione, spiega: «Abbiamo adottato un test di ingresso molto rigoroso. Investiamo moltissimo nei nostri giovani e riteniamo indispensabile (nell’interesse nostro, ma soprattutto loro) una gestione scrupolosa del processo di selezione. In ogni praticante vediamo un nostro più giovane collega e un investimento di lungo periodo», perciò continua Marra «Per poter entrare nel nostro studio i candidati devono convincere direttamente noi soci, dopo aver superato tre colloqui con altrettanti di noi. Le pre-condizioni irrinunciabili per l’ingresso in studio sono: solida preparazione giuridica di base, passione per il diritto e una giusta quantità di senso pratico».

Nelle sedi italiane di Clifford Chance entrano mediamente dieci praticanti l’anno, e anche qui le selezioni sono molto stringenti.

I praticanti che rispondono ai loro standard sono pochi, anche perché la preparazione del candidato ideale non dipende solo dalla sua istruzione universitaria ma anche dall’esperienza maturata attraverso stage e corsi di specializzazione, in Italia o all’estero. Gli studenti sono scelti in base all’università di provenienza e al voto di laurea che non deve essere inferiore a 105. «Facciamo anche attenzione che il percorso universitario si chiuda nei tempi previsti e valutiamo la coerenza tra l’ argomento della tesi di laurea e la nostra specifica attività. La perfetta conoscenza della lingua inglese è senz’altro un pre-requisito fondamentale. Le specializzazioni post universitarie o le esperienze di stage in Italia o all’estero rappresentano un ulteriore elemento d’interesse. Valutiamo infine ma con uguale attenzione la personalità del candidato e le sue attitudini personali».

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