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Powell taglia i tassi americani Trump lo attacca: “Troppo poco”

Indietro tutta. La Federal Reserve, responsabile della stabilità monetaria e finanziaria degli Stati Uniti, taglia di 0,25 punti i tassi d’interesse, portandoli al 2-2,25 per cento, dal 2,25-2,50. Ma a Trump non basta e poco dopo la decisione attacca Powell: «Come al solito ci ha deluso, doveva aggredire i tassi».
Una scelta prudente, quella annunciata dal governatore Jerome Powell, 66 anni, nel corso della conferenza stampa tenuta ieri pomeriggio, al termine della riunione del Federal Open Market Committee. «Abbiamo preso questa decisione alla luce delle implicazioni degli sviluppi globali sull’outlook», dice alludendo alle previsioni a medio e lungo termine. Ammettendo, però, fin dalle prime battute: «Il mercato del lavoro è solido, l’attività economica continua a crescere, l’inflazione resta sotto l’obiettivo del 2 per cento». A determinare il cambio rotta, impensabile fino a dicembre scorso quando ancora si parlava di possibili rialzi nel 2019, sono dunque «i rischi di una crescita globale debole e l’incertezza della politica commerciale ». In pratica, la paura che le cose possano cominciare a declinare.
Ecco perché s’inverte, per la prima volta, una direzione seguita per 10 anni, dalla crisi finanziaria del 2008, fino allo scorso dicembre 2018. «È un’assicurazione: in questo modo intendiamo contribuire a compensare gli effetti di certi fattori sulla nostra economia e promuovere un ritorno più rapido dell’inflazione all’obiettivo del 2 per cento». Peccato non tutti siano d’accordo. La decisione non è unanime. Esther George, presidente della Fed di Kansas City e Eric Rosengren, capo del braccio di Boston hanno votato contro.
Ma Powell non aveva altra scelta. Pressato da Donald Trump, che da tempo premeva per il taglio mirando a un rilancio economico a ridosso delle elezioni 2020, il governatore aveva già scoperto le sue carte lo scorso 10 Luglio. Quando, a dispetto delle performance positive del primo semestre 2019, davanti alla commissioni Finanza della Camera aveva sentenziato: «Sull’economia americana tirano venti contrari». In realtà The Donald avrebbe voluto di più e lo ha detto chiaramente: «Il mercato voleva sentire da Powell che questo sarebbe stato l’inizio di un lungo e aggressivo ciclo di riduzione dei tassi che avrebbe tenuto il passo con la Cina, l’Ue e altri Paesi». Ma Powell non si è fatto intimidire: «Non prendiamo mai in considerazione le esigenze politiche».
Ma la verità è che i dati macroeconomici, dal mercato del lavoro alla crescita, passando per l’inflazione, sono troppo positivi. E se pure nel secondo trimestre il Pil è lievemente rallentato, tagliare oltre lo 0,25 per cento avrebbe minato troppo la credibilità dell’ex sottosegretario del Tesoro ai tempi di Bush padre, chiamato nel 2017 proprio da Trump a prendere il posto di Janet Yellen alla guida della Banca Centrale. Salvo, poi, minacciarne più volte il licenziamento. «Sulle prospettive economiche americane, restano incertezze maggiori rispetto alle nostre attese» insiste il presidente Fed. «Monitoreremo attentamente la debole crescita mondiale», aggiunge. Lasciando, di fatto, la porta aperta ad ulteriori aggiustamenti. Negando, allo stesso tempo, che questo sia «l’inizio di una lunga serie di tagli». La scelta poco coraggioso piace poco a Wall Street, che prima vira in negativo. Poi, dopo l’apertura a ulteriori tagli futuri, riduce le perdite.
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