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Powell gela i mercati: Fed in attesa

«La volatilità del mercato ha catturato la mia attenzione, ma l’attuale politica monetaria della Fed è appropriata». Se c’erano delle parole che i mercati finanziari non volevano sentire dal presidente della banca centrale Usa Jerome Powell, ospite ieri alle 18,05 italiane in un forum del Wall Street Journal, erano proprio queste. Infatti la reazione è stata dura: il rendimento dei titoli di Stato decennali statunitensi è balzato nel giro di un’ora dall’1,47% all’1,54%, fecendo scivolare nella stessa ora Wall Street del 2,27% (tra le 18,05 e le 19 inoltrate) e il Nasdaq del 2,65%. Tanto che l’indice S&P 500 ha cancellato i guadagni del 2021. Il mercato non si attendeva annunci di politica monetaria da un videoforum, certo, ma almeno sperava che Powell anticipasse l’intenzione di varare nuove misure nel prossimo meeting della Federal Reserve del 17 marzo. Sperava che lo facesse almeno intendere. Che lasciasse qualche speranza. Invece niente: il presidente Fed si è semplicemente limitato a ribadire che il balzo attuale dell’inflazione è temporaneo e che la Fed non rialzerà i tassi. «Non restringeremo la politica monetaria fino al giorno in cui il nostro lavoro non sarà completato – ha detto -. E ci vorrà tempo».

Chi si attendeva lo zuccherino, si è dovuto accontentare di una minestra riscaldata. «Il mercato si aspettava che Powell lasciasse intendere che la Fed fosse pronta ad agire con nuove misure, non che ribadisse l’appropriatezza di quelle attuali», spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte. La delusione appare chiara se si scompongono i rendimenti dei titoli di Stato. Ad essere saliti molto, mentre Powell parlava, sono stati i rendimenti reali dei Treasury decennali: sono infatti passati in meno di un’ora da -0,76% a -0,70%. Le aspettative di inflazione sono invece rimaste stabili, nonostante il balzo del petrolio nelle stesse ore: quelle decennali erano a 2,22% mercoledì e sono arrivate a 2,23% ieri. Questo significa che il mercato non ha più tanto paura dell’inflazione (su cui sono arrivate le rassicurazioni di Powell), ma inizia a temere un’altra cosa: che i grandi stimoli monetari varati dall’amministrazione Biden aumentino eccessivamente il debito pubblico Usa e dunque le emissioni di titoli di Stato. Questo è il tema ormai. E Powell ha fatto orecchie da mercante.

Il problema che assilla il mercato oggi va infatti cercato nell’equilibrio tra politiche fiscali (quelle dei Governi per intenderci) e monetarie (quelle delle banche centrali). Negli Stati Uniti gli stimoli sono sbilanciati in gran parte sul fronte fiscale, con un minore attivismo della banca centrale rispetto al resto del mondo occidentale: ad oggi la Federal Reserve ha titoli di Stato (e altri asset) nel suo bilancio per un importo pari ad appena il 35% del Pil Usa, mentre la Bce arriva al 61% del Pil e la Bank of Japan addirittura al 127%. Per contro, però, gli Stati Uniti hanno spinto come nessun altro sull’acceleratore delle manovre fiscali: solo negli ultimi mesi ne è stata varata una da 900 miliardi (a dicembre) e una da 1.900 miliardi (attesa in questi giorni). E il Presidente Biden ha in programma altri 3mila miliardi per investimenti pubblici in infrastrutture. Di fronte a questi numeri, i 750 miliardi di euro del Recovery Plan fanno quasi sorridere.

Questo mix tra politiche fiscali e monetarie negli Usa sta producendo un effetto indesiderato: il debito pubblico aumenta velocemente, proprio nel Paese dove la banca centrale è relativamente tra le meno attive del mondo a sostenerlo. Calcola S&P Global Ratings che nel biennio 2020-2021 i Governi di tutto il mondo aumenteranno di 10.900 miliardi di dollari i debiti pubblici, rispetto a quanto ci si attendesse prima del Covid, per sostenere le economie contro la pandemia. E quasi la metà di questo extra-debito sarà prodotto solo dagli Stati Uniti. Ecco il problema: è il boom di debito, associato al minor attivismo della Fed, ad aver aumentato la pressione sui rendimenti dei titoli di Stato Usa negli ultimi tempi.

Il tasso dei Treasury è salito di circa 100 punti base rispetto all’estate scorsa e di 50 punti dall’inizio dell’anno. Ma l’umore degli investitori si vede soprattutto nei collocamenti del Tesoro: settimana scorsa una gigantesca asta di titoli a 7 anni ha avuto seri problemi ad essere collocata. «Il Governo è arrivato a un punto in cui non può più uscire sul mercato e prendere soldi in prestito senza conseguenze», scrivono gli analisti di Hsbc. E settimana prossima, quando in asta finiranno (tra martedì e giovedì) 58 miliardi di titoli a 3 anni, 38 di decennali e 24 di trentennali, le tensioni potrebbero salire ulteriormente. Soprattutto ora che si sa che la Fed non farà nulla, almeno nell’immediato, per evitarle. Questo sta pesando sulle Borse, ma – dato che gli Stati Uniti sono sui mercati finanziari gli “influencer” del mondo intero – sta pesando sui tassi anche in Europa. Ecco perché il mercato almeno una mezza parola da Powell l’aspettava. Ma non è arrivata.

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