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Povera semplificazione: ha le forbici che non tagliano

Del Decreto semplificazioni sentiamo parlare dal 18 maggio, giorno in cui il presidente del Consiglio annunciò che il governo vi si stava dedicando «senza tregua». Da quel giorno è passato più di un mese e del decreto non c’è ancora traccia. Non volendo dubitare della parola del presidente del Consiglio (ed immaginandolo anzi impegnato a notte fonda nella ricerca del tallone d’Achille di funzionari e burocrati), diventa inevitabile porsi una domanda: perché in Italia è così complicato semplificare? Perché in un paese in cui le complicazioni sono una quotidiana esperienza, semplificare sembra sempre essere un’impresa improba? La domanda non è peregrina: fra l’inizio degli anni ’90 ed oggi si possono contare qualcosa come dieci significativi provvedimenti di riforma della pubblica amministrazione e di semplificazione (1990, 1993, 1997, 1998, 1999, 2000, 2003, 2005, 2009, 2014). Se a distanza di trent’anni siamo ancora qui a parlarne, è evidente che quei provvedimenti, da un lato, non erano né significativi né semplificatori e, dall’altro, che rispondevano ad una logica errata. La convinzione profonda della classe politica italiana — e non da oggi — è che semplificare sia niente altro che fare in maniera più semplice, più agile, più snella ciò che oggi già si fa. I fatti dimostrano che si tratta di una convinzione infondata. E per un banale motivo: le complicazioni non arrivano da Marte né sono il frutto di una maligna casualità. Le complicazioni — che vengono magnificate da una qualità legislativa in caduta libera ormai da qualche lustro — rispondono ad una esigenza ben precisa: nelle complicazioni nasce, dalle complicazioni si nutre e attraverso le complicazioni si esprime il potere della politica e della burocrazia.

Il meccanismo
Un potere che in Italia non si traduce nel tentativo di mettere in grado il cittadino di affrontare e risolvere i suoi problemi quotidiani ma che, al contrario, mira a mettere il cittadino in condizione di non poter affrontare e risolvere da solo quegli stessi problemi e di dover quindi chiedere l’intervento — non sempre disinteressato — della politica e della burocrazia, spesso e volentieri mediato da professionisti ad esse contigui. In questo senso, pensare di poter rendere semplice ciò che volutamente nasce per essere complicato è, nel migliore dei casi, ingenuo. L’esempio dello Sportello unico delle attività produttive — una apparente straordinaria rivoluzione tramutatasi in breve tempo in una fenomenale restaurazione — vale forse più di molte parole. Ma eccone un altro forse ancora più evocativo: l’azienda agricola Campi fioriti (il nome è ovviamente di fantasia) chiede il rinnovo della autorizzazione di un pozzo artesiano, presentando la ponderosa documentazione richiesta, come se si trattasse di una autorizzazione ex novo. Avendo siglato una scrittura privata per concedere l’acqua del pozzo ad un confinante si sente dire dall’ufficio competente che è necessario che l’Agenzia delle Entrate certifichi che quella scrittura privata non — sottolineato, non — debba essere registrata. A sua volta l’Agenzia delle Entrate, non essendo prevista la registrazione nel caso di specie, non si esprime. Conseguenze: la pratica di rinnovo rimane ferma da mesi e non c’è modo di sbloccarla. Come si può intuire, il punto qui non è prevedere una cosa ovvia e cioè che la pubblica amministrazione si metta d’accordo con se stessa con una telefonata. Sarebbe questa una cosa naturale ma del tutto insufficiente: il tema si riproporrebbe in altra veste. La soluzione è una sola: stabilire che salvo il caso di comprovati illeciti il rinnovo dell’autorizzazione debba essere automatico e non soggetto a comunicazioni di sorta.

Il senso
Perché la parola semplificazione abbia un senso, essa deve coincidere con un’altra parola che la politica e la burocrazia temono come la peste: taglio. Solo riducendo il campo d’azione dell’operatore pubblico, solo riconducendo l’operatore pubblico nei suoi confini caratteristici, si potrà semplificare. E si noti che tutto ciò è strettamente complementare rispetto al fenomeno di cui tutti si interessano: e cioè la riluttanza della burocrazia a prendere decisioni assumendosene le responsabilità. A nessuno di noi sfugge la targa che, entrando in un ufficio pubblico, è difficile non notare e che a caratteri cubitali recita: «Qui non si assumono responsabilità».

Ma non è solo il timore delle conseguenze che fa si che la mano si paralizzi e la penna si secchi: il fatto è che presa la decisione il potere della politica e della burocrazia evapora ed il cittadino torna libero (almeno fino alla prossima pratica). Ma non basta. In questo paese, complicare purtroppo non costa niente. Proporre un emendamento che preveda una nuova incombenza, un nuovo obbligo, una diversa e più onerosa procedura — giustificata o meno che sia — non comporta nulla per l’onorevole proponente e spesso gli procura anzi un convinto quanto inconsapevole applauso da parte dei colleghi, la sempiterna gratitudine dei burocrati e dei professionisti interessati e l’occasione per un post autocelebrativo.

A pagare sono sempre e solo i cittadini condannati a riempire un nuovo modulo, a frequentare un nuovo ufficio, a superare un ostacolo sempre un po’ più alto. Anche qui, la soluzione è semplice. Basta sancire il principio che, dal momento che ogni nuova procedura è intesa a tutelare un interesse generale, la collettività deve accollarsene almeno in parte l’onere rimborsando in tutto o in parte i singoli cittadini per le spese sostenute e per il tempo perso nell’espletamento delle nuove procedure. In questa maniera si trasformerebbe ogni provvedimento «di complicazione» in un provvedimento di spesa sottoponendolo, di conseguenza, al vincolo di bilancio dello Stato. Augurandoci, naturalmente, che l’Italia possa al più presto tornare ad averne uno. Ovviamente, nulla di tutto questo sarà nel decreto semplificazioni.

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