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«Potrei lasciare la Fiat dopo il 2015»

di Raffaella Polato

MILANO — Davvero ha ormai deciso la data, lascia «dopo il 2015, spero, forse un anno più tardi» ? No. Naturalmente no. E anche se aggiunge «ho 58 anni, ci sarà qualcuno dopo di me» , a un Sergio Marchionne che già pensa alla pensione non crede nessuno. Però sono poi costretti comunque a precisarlo, i suoi uomini, che il tutto «era solo una battuta» , un modo per dire che Fiat-Chrysler non saranno fino a chissà quando una one man company. Ci sono costretti perché quella «battuta» , in risposta a una domanda americana sulla futura guida di Detroit, costa al titolo un’immediata accelerazione al ribasso. Di colpo, a meno di un’ora dalla chiusura, le Fiat vanno a — 3,3%. Obbligato, a quel punto, l’intervento del portavoce. E altrettanto in fretta la perdita si riduce: 1,79%. Ma è l’ennesima dimostrazione di quanto siano sensitive, per i mercati oltre che per il Lingotto, gli argomenti Marchionnne, leadership, successione. Tanto più se a toccarli è, come ieri, direttamente Marchionne. E anche se il tema è ancora molto teorico e soprattutto molto, molto di là da venire. Cinque anni almeno. Sei, magari. E da lì in avanti «prima o poi, a seconda degli sviluppi: non sono concentrato sulla data, ma sul processo» . Ossia sulla crescita dei nuovi manager: «Ho sempre pensato che il mio successore debba venire dall’interno» . La nuova squadra unica Fiat-Chrysler dovrebbe, nelle intenzioni, servire «anche» a questo. Traverse City, Michigan, conferenza del Centro di ricerca per l’auto. Finisce, prevedibilmente, con le «battute» sul suo futuro che offuscano tutto il resto. Che pure non è ordinaria amministrazione. Il numero uno di Fiat-Chrysler non si presenta lì solo per ribadire che Lingotto e Auburn Hills sono «partner perfetti» , e che lui alla parola «fusione» preferisce «mosaico» : ancora «da completare » , ma nel quale di sicuro «non c’è e non ci sarà spazio per nazionalismi, o per tentativi di dominazione di uno sull’altro» . Questa è l’analisi sulla situazione «di casa» . Ma poi arriva quella sui mercati. E qui ha due allarmi pesanti, Marchionne, da lanciare. Il primo riguarda noi, il vecchio continente, e va vicino al de prufundis: «Il tempo sta per scadere per tutti i costruttori europei. La leadership industriale e politica dei Paesi dell’Europa occidentale deve trovare, unita, la volontà e la determinazione per affrontare la scarsa competitività del sistema complessivo. Non ho dubbi che accadrà. Purtroppo non so quando» . Il secondo è un avvertimento anche agli Usa, e ha un titolo preciso: Cina. È inutile demonizzarla, avverte, e peggio ancora sarebbe sottovalutarla. Ma è quello che gli pare stia accadendo. Le case europee e americane, dice, «devono guardare meglio nei loro specchietti retrovisori» . Non tanto «là» , nel mercato interno cinese (dove la stessa Fiat ha un gap di anni da recuperare e solo ora, con Jeep, può puntare a un vero sbarco). È nei «nostri» , di mercati, che occorre fare attenzione: «Non possiamo permetterci di essere impreparati all’ascesa della Cina pensando di essere invincibili. Abbiamo bisogno di rendere la nostra base industriale più competitiva, perché il giorno della resa dei conti con i rivali di Pechino arriverà. Inevitabilmente» .

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