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Poste, summit con le banche sul piano

L’iter per la quotazione di Poste Italiane in Borsa comincia a entrare nel vivo. Un passaggio cruciale è in programma per la prossima settimana, martedì, quando il management della società, -l’ad Francesco Caio e il cfo Luigi Ferraris – presenterà ai global coordinator (IntesaSanPaolo, Unicredit, BofaMerrill Lynch, Mediobanca e Citi) e agli advisor (Lazard e lo studio Gianni,Origoni e Grippo per il Tesoro; Rothschild e Clifford Chance per la società) il piano industriale implementato con i nuovi scenari legati al riassetto in corso nel settore dei recapiti e alle prospettive di sviluppo dei servizi finanziari, dopo l’acquisizione del 10,3% di Anima sgr.
Il piano era andato all’esame del cda venerdì scorso nei suoi aspetti salienti, con stime migliorative rispetto alla prima versione comunicata a fine dicembre (30 miliardi i ricavi al 2020, 500 miliardi la raccolta, 3 miliardi gli investimenti). Nonostante ciò, il business plan che accompagnerà la società verso la privatizzazione resta un molto prudenziale. I ricavi ipotizzati al termine del quinquennio andranno ben oltre 30 miliardi, nonostante le dismissioni di controllate, mentre l’Ebit dovrebbe tornare a 1,5 miliardi, quota raggiunta a fine 2013 ma poi erosa a 691 milioni nel 2014 a causa di minori proventi dai recapiti, riduzione del contributo pubblico sul servizio universale e di alcune poste one-off decise ai fini della pulizia di bilancio. La scelta in chiave conservativa si spiega con la difficoltà in questa fase di riuscire a prevedere sin da ora l’effettivo impatto delle riforme e del cambio di passo voluto da Caio. A partire dalla ristrutturazione dei recapiti, con la previsione della consegna a giorni alterni sul 25% del territorio nazionale, la reintroduzione della posta ordinaria, la trasformazione della prioritaria in un sevizio d’elite e aumenti tariffari. L’obiettivo è arginare le perdite provocate in bilancio da un servizio non più al passo con i tempi e riconvertire i portalettere in eccesso in altre attività del gruppo. Oltre a consentire fuoriuscite per 3500 persone tra il 2015 e il 2016 attraverso esodi incentivati e prepensionamenti.
Di pari passo si punta sulla logistica, sulla piattaforme dei pagamenti e lo sviluppo di nuovi servizi digitali: ma anche qui, misurare nel dettaglio l’impatto sui ricavi o sui margini nel medio periodo è un esercizio alquanto difficile. Meno complesso immaginare la crescita della raccolta, con servizi finanziari, risparmio gestito e polizze. In presenza di fattori non pienamente quantificabili, la scelta conservativa dovrebbe consentire ai global coordinator di vedere le azioni della società a un valore equo, ma senza tirare troppo sul prezzo. Tutto ciò che non si può valorizzare in Ipo, sarà un upside che verrà colto in seguito in termini di crescita del titolo e di eventuale distribuzione dei dividendi. Lo scenario che si prospetta, dunque, è una valutazione anch’essa conservativa: la soglia di 9-10 miliardi potrebbe costituire il tetto massimo della forchetta di valore che potrebbe essere proposta. Di numeri sulla valutazione, in realtà, al momento non se ne sta ancora discutendo. Quello che però appare chiaro è che l’offerta avrà un’ampia quota dedicata ai risparmiatori (forse circa 50% retail e il resto istituzionali) e che le azioni verranno offerte anche alla clientela di Poste, la quale non ha un profilo di rischio molto spiccato. Considerato il contesto descritto sopra, l’ipotesi di non puntare alla massimizzazione del prezzo di vendita, seppure a un valore comunque equo (non si può incappare nel rischio opposto, e ripetere l’esperienza di Royal Mail), risponde anche all’esigenza di tutelare maggiormente gli acquirenti retail dal rischio che il titolo perda valore dopo il collocamento.

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