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Poste: «Su Alitalia il faro è il mercato»

La trattativa sul contratto e sull’abbattimento del costo del lavoro è al rush finale. Insieme al nodo degli esuberi, su cui c’è stata un’intesa tra azienda e tutti i sindacati (tranne la Cgil che oggi darà la risposta definitiva) sono questi i temi “caldi” posti da Etihad sul fronte lavoro.
La compagnia degli Emirati Arabi ha posto sul tavolo anche il tema della ristrutturazione del debito di 560 milioni con le banche. Il numero uno di Poste Italiane, Francesco Caio, non smentisce l’impasse sulla trattativa per portare Alitalia ad allearsi con Etihad dovuta alla decisione della società di non impegnarsi nell’aumento di capitale da 200-300 milioni chiesto dal vettore arabo ai soci della compagnia italiana. «Non escludo nulla nel modo più assoluto, stiamo ancora lavorando e vediamo come evolve la situazione», ha risposto ieri il manager ai giornalisti che gli chiedevano un commento su una resistenza a un ulteriore esborso per Alitalia. «Abbiamo dato da mesi – ha spiegato – la nostra disponibilità e stiamo partecipando attivamente al tavolo di cui apprezziamo lo spirito costruttivo, ma ognuno deve farsi carico delle proprie prospettive e per noi il faro è il mercato». Caio ha ricordato il fatto che «l’Unione europea guarda le nostre mosse con grande attenzione». E a proposito dell’ipotesi di una ricollocazione degli esuberi della compagnia aerea all’interno di Poste, l’ad ha ricordato che le sinergie sono state definite «nella parte preliminare degli accordi» e prevedono l’innesto di 25 persone nell’information technology: «Siamo fermi al mantenimento di quelle sinergie», ha concluso.
La posizione assunta dal manager sembra dunque ferma e in linea con quanto comunicato al termine del cda di Poste che si è tenuto il primo luglio. La strategia di Caio, condivisa dal board della società, è comprensibile: l’impegno iniziale di 75 milioni, versati alla fine del 2013, era giustificato dalla prospettiva di realizzare sinergie di costi e ricavi più o meno equivalenti a quanto investito. Mettere altri soldi, oppure aumentare il numero di persone che Poste dovrebbe assumere, farebbe saltare l’equilibrio investimento/sinergie e dunque comprometterebbe il ritorno dell’investimento stesso. Questo costituirebbe un problema non solo per la convenienza del gruppo Poste a portare avanti l’operazione, ma anche perchè l’antitrust europeo, riscontrando che l’intervento in Alitalia non è più guidato da semplici ragioni di convenienza economica, potrebbe contestare l’esistenza di un aiuto di Stato.
La situazione è certamente delicata e forse non si sbroglia con una semplice moral suasion dello Stato sulla controllata dei recapiti o con la concessione di qualche contropartita, come una regolamentazione più favorevole sul servizio universale.
L’aut aut fatto lunedì scorso dalle banche, a partire da IntesaSanPaolo e Unicredit, del resto, è categorico e non perchè i due istituti sono preoccupati di dover pagare di tasca loro qualche decina di milioni di euro in più pro-quota se Poste non firma l’equity committment, ovvero l’impegno a finanziare eventuali oneri legati a contenziosi o le perdite 2014 che fossero superiori al budget di inizio anno. Il problema che si pone per le banche è lo stesso che si è presentato nell’autunno 2013: per continuare ad assicurare soldi ad un società sull’orlo del fallimento era necessaria una garanzia pubblica. Per questo motivo fu deciso l’ingresso di Poste. La posizione attuale della società dei recapiti, che non intende mettere altri fondi in Alitalia, equivale in qualche modo a dire che quella garanzia pubblica non c’è più. Ecco perchè le banche, se le Poste non firmano l’equity committment, saranno costrette a loro volta a tirarsi indietro.

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