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Poste, Rai, Fs o Sace? Parte il toto-vendita dei gruppi pubblici

Non più tardi di una settimana fa il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, si è espresso così in tema di privatizzazioni: l'unico caso positivo in Italia è stato quello delle banche, gli altri casi sono stati negativi perchè sono state fatte a debito e dividendi delle società acquisite sono stati usati per pagare gli interessi su quel debito.

Ora è lo stesso ministro che si trova, sotto la pressione della Ue, a dover rilanciare il processo di dimissione di beni pubblici. In verità il mercato è piuttosto scettico sulla possibilità che si possa valorizzare senza svendere (ammesso in alcuni casi di trovare compratori) società che finora sono al 100% di controllo pubblico. L'elenco in verità è lungo: Poste, Rai, Fintecna, Fincantieri, Sace, Cassa depositi e presiti, Ferrovie dello Stato, solo per citare le aziende più rilevanti.

Prendiamo le Poste, società guidata da Massimo Sarmi: a un primo sguardo può sembrare un boccone appetibile, spazia dai recapiti, ai servizi bancari del Bancoposta, a quelli assicurativi e informatici. Nel 2010 ha generato un utile netto di un miliardo di euro. Si potrebbe quotare un 30%, magari lasciando il controllo pubblico a tutela del risparmio postale che la società raccoglie per conto della Cdp. Investitori e banchieri d'affari sono però convinti che il mercato non sarebbe pronto a comprare un coacervo in cui il settore recapiti è un business in perdita e ormai senza futuro su cui grava tra l'altro la gran parte del 153mila dipendenti. Servirebbe quantomeno un forte efficientamento di questo settore. Si potrebbe scorporare il Bancoposta, certo, ma poi lo Stato si troverebbe sulle spalle il peso del rosso dei recapiti oggi bilanciato dal business finanziario.

Anche Fs, seppure l'ad Mauro Moretti non escluda un'ipotesi listing, ha problemi simili: sono troppe le attività sotto il cappello della holding, di cui un'importante fetta poco redditizie. Privatizzare la Rai nelle condizioni economico-finanziarie in cui versa fa sorridere, ammesso che la politica voglia rinunciare a questo strumento di potere mediatico. Fincantieri pensa senza successo all'Ipo in Borsa ormai dal 2007. Per Fintecna (che senza Fincantieri ha solo immobili) e Sace, secondo qualche banchiere, sarebbe forse facile prelevarne – magari sotto forma di dividendo straordinario – la cassa, che messa assieme nelle due società potrebbe toccare i 4 miliardi. Mettere sul mercato altre tranche di Eni, Enel, Terna e Finmeccanica equivarrebbe a un boomerang: considerato che la quota pubblica è scesa al 30%, le esporrebbe immediatamente a un rischio scalata.

Cdp potrebbe essere un bocconcino ghiotto: il valore sarebbe ben superiore a 10 miliardi, ma difficilmente il ministero dell'Economia vorrebbe condividere con altri privati (visto che le Fondazioni bancarie hanno già il 30%) il potere in una società che – oltre a gestire il risparmio postale e a fare da tesoreria per il ministero – sta diventando il braccio operativo e strumento di intervento dello Stato in un'economia nazionale sempre più in difficoltà. Senza considerare, poi, che quando le Fondazioni sono entrate nel capitale hanno pagato solo un miliardo e il pattuito conguaglio (per almeno 3 miliardi) da versare al momento delle conversione delle azioni di risparmio loro conferite non è mai arrivato, perchè la conversione è stata rinviata al 2012.

 

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