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Poste e privati Il piano di Caio Addio alla Banca del Mezzogiorno

La quotazione in Borsa di Poste Italiane, benché ribadita dal governo, potrebbe slittare al primo trimestre 2015. Dipende da quanto il volitivo neoamministratore delegato, Francesco Caio, potrà accontentare l’azionista Tesoro, volendo valorizzare l’azienda il più possibile. Per esempio, mettendo in vendita (magari non subito) la Banca del Mezzogiorno lanciata dal suo predecessore Massimo Sarmi. 
Fu costituita nel 2011, con piano tremontiano, innestandola sul Mediocredito centrale: che Sarmi rilevò per 136 milioni da Unicredit, contando però sull’arrivo di altri soci, le banche popolari e del credito cooperativo. Mai giunti. Ora Caio potrebbe chiedersi che ci fa in Poste una Banca del Mezzogiorno (tuttora presieduta da Sarmi), che si è allontanata dal progetto iniziale di sostegno alle Pmi finanziando aziende come la Fiat di Pomigliano o l’Acquedotto Pugliese. Se l’obiettivo è di avere la licenza bancaria, potrebbe essere piuttosto utile un BancoPosta rafforzato, visto che dal 2015 sarà vigilato da Banca d’Italia quasi come le banche normali. La manovra sarebbe nei piani di Caio, nominato il 7 maggio proprio per gestire la privatizzazione di Poste. Attesa Grande Matricola di Borsa, ma dal percorso complesso.
I quattro punti
L’idea annunciata dal Tesoro è di quotare il 40% di Poste e la congiuntura è perfetta per collocare un’azienda valutata sui 12 miliardi. Sarmi voleva procedere entro l’estate. Ora gli studi legali (Clifford Chance per Poste, per il Tesoro c’è Gianni Origoni Grippo Cappelli) devono essere pronti per fine agosto con le carte per il prospetto informativo. Il Tesoro vorrebbe portare in Borsa Poste in novembre, per monetizzare.
Magari anche con il 30%, ritiene qualche operatore. Ma Caio — che in questi giorni sta incontrando i capi territoriali, già viste Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo, Sardegna — potrebbe strappare una dilazione di tre-quattro mesi, per mettere a punto un piano industriale. Ecco il possibile orientamento, secondo fonti di mercato.
Primo: rafforzamento del BancoPosta (conti correnti). Oggi è affidato al capodivisione Paolo Martella, sono possibili un cambio al vertice e maggiori deleghe. Secondo: per conseguenza, possibile messa in vendita della Banca del Mezzogiorno. Che fra l’altro (un segnale?) ha appena spostato la sede all’Eur (di proprietà del gruppo) dalle lussuose palazzine con palme di via Piemonte. Terzo: revisione dei prodotti e aumento di qualità del servizio postale, da rendere più snello e concorrenziale. Quarto: taglio dei costi operativi.
Ci sono però due criticità da risolvere per Caio, propedeutiche alla Borsa. Una è la zavorra Alitalia, di cui Poste resta primo azionista privato al 19%. Fondamentale qui è ritenuta la chiusura delle trattative con Ethiad, che potrebbe rendere l’investimento redditizio. L’altra è la convenzione con Cdp, per cui Poste colloca, remunerata, libretti e buoni fruttiferi. È scaduta il 31 dicembre e finora è stata annuale per 1,5 miliardi. Sarmi chiedeva che salisse a cinque miliardi e durasse tre anni. Ora proseguono i contatti con Cdp, ma Caio avrebbe chiesto tempo. La soluzione del caso è fondamentale per rendere Poste appetibili, o no, al mercato.
Le navi di Bono
È chiaro che Poste è l’ago della bilancia per rilanciare Borsa Italiana. Anche perché delle altre quotazioni pubbliche, salvo Fincantieri, non c’è più traccia. Il piano di privatizzazioni Letta-Saccomanni parlava di entrate per 10-12 miliardi nel 2014, quello Renzi-Padoan è quasi in linea: la scorsa settimana il ministro del Tesoro ha confermato l’obiettivo di cessioni per lo 0,7% del Pil, circa 10 miliardi appunto. Ma da Piazza Affari passeranno, se va bene, soltanto due operazioni pubbliche quest’anno, per circa 4 miliardi e mezzo di ricavi, e una è Poste che ne vale quattro. L’altra è la Fincantieri che, presente Matteo Renzi, ha appena consegnato a Carnival una nave da crociera da 400 milioni, valore pari al suo debito netto (417 milioni a marzo, un terzo del patrimonio). Unica matricola pubblica certa del 2014, salvo sorprese.
Giuseppe Bono, l’amministratore delegato, aspetta il debutto in Borsa dal 2006 e vanta d’averla gestita come un’azienda privata (10 milioni l’utile netto nel primo trimestre 2014, ricavi a 923 milioni dopo l’acquisizione dell’americana Vard). Le autorizzazioni di Borsa e Consob dovrebbero arrivare questa settimana, l’offerta pubblica potrebbe partire lunedì 16 e concludersi il 26-27. L’inizio delle negoziazioni è atteso nella settimana del 2 luglio. Collocando sul mercato fino al 49,9% dell’azienda leader nelle crociere (ma per un terzo continua a fabbricare navi militari), l’azionista pubblico Fintecna (Cdp) potrebbe incassare sui 400 milioni (previsto un aumento di capitale fino a 600 milioni).
Per il resto, tutto fermo. Le annunciate quotazioni di Sace e Grandi Stazioni sembrano congelate. Sulla prima sarebbe ancora aperta la discussione fra il Tesoro e l’azionista Cdp su quanto della garanzia rischi vada coperto dallo Stato e quanto dai privati (resta poi aperta la strada della vendita, fuori Borsa). E la Grandi Stazioni che l’ex capoazienda di Fs Mauro Moretti voleva preparare alla privatizzazione entro l’estate pare in alto mare, perdipiù il nuovo amministratore delegato Gaetano Casertano si è dimesso (motivi personali) e non è stato sostituito. Nell‘ipotesi riduttiva, quindi — la quotazione della sola Fincantieri — le aziende di Stato inciderebbero per un decimo sui 9,8 miliardi che la Borsa potrebbe raccogliere con le matricole nell’anno.
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