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Possibile per il legale introdurre nuovi motivi

Se il contribuente in mancanza dei presupposti assume direttamente la propria difesa presentando il relativo ricorso, il difensore che interviene successivamente può introdurre nuovi motivi di impugnazione in quanto, in caso contrario, verrebbe leso il diritto di difesa costituzionalmente garantito.
A fornire questo interessante principio è la Corte di cassazione con la sentenza 23315 depositata ieri.
A un contribuente erano stati notificati accertamenti per vari periodi di imposta per asserita omessa dichiarazione di canoni di locazione di alcuni immobili.
Il contribuente presentava ricorso direttamente, non considerando che l’importo contestato era superiore a quello previsto per la difesa diretta (euro 2.582,28, al tempo 5 milioni di lire) e lamentava, in sintesi, che non vi era stata alcuna percezione dei canoni. Dopo circa due anni subentrava un difensore abilitato, il quale produceva una memoria eccependo il difetto di legittimazione passiva: il contribuente/ricorrente aveva sottoscritto i contratti di locazione dal quale scaturivano i canoni asseritamente non dichiarati, ma in realtà gli immobili erano intestati a suoi parenti.
La Commissione tributaria provinciale accoglieva parzialmente il ricorso, mentre la Commissione tributaria regionale, a cui si appellava il contribuente, condivideva il difetto di legittimazione passiva e quindi annullava gli atti impositivi. L’Ufficio ricorreva per Cassazione, eccependo, in sintesi, che il difetto di legittimazione passiva era stato rilevato solo con la memoria presentata dal difensore, mentre non si diceva nulla nel ricorso introduttivo del contribuente.
Di conseguenza, la sentenza della Ctr doveva essere censurata perché erano stati valutati motivi aggiunti rispetto al ricorso iniziale che non potevano essere esposti in mancanza dei previsti presupposti.
La Suprema Corte, dopo aver confermato che il giudice di merito è chiamato a decidere sulle eccezioni formulate dal ricorrente che devono essere rappresentate nel primo ricorso, restando preclusa la possibilità di far valere tali ragioni successivamente, ha però ritenuto che nella specie il primo ricorso deve essere individuato nelle memorie del difensore e non nell’atto iniziale prodotto direttamente dal contribuente. Ne consegue che tutte le prescrizioni processuali devono essere riferite all’atto presentato dal difensore e non a quello precedente del contribuente. Tale conclusione, rileva la sentenza, deriva dall’unica interpretazione possibile che non violi l’effettivo esercizio di difesa (articolo 24 della Costituzione), una volta rilevato che il contribuente non poteva difendersi da solo. Da qui il rigetto del ricorso dell’agenzia delle Entrate.

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