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Pos negli studi. E loro pagano

I costi della lotta all’evasione non possono gravare sempre sui professionisti. Per questo «l’operazione Pos» deve essere a saldo zero per gli studi. Invece i lavoratori autonomi che intendono mettere a disposizione dei clienti il pagamento elettronico sono costretti oggi a sborsare fino a 200 euro annui di costi fissi più il 2% dell’importo transato.

Troppi, secondo le categorie, che illustrano a ItaliaOggi Sette gli interventi correttivi ritenuti necessari.

«Continua l’opera di informatizzazione della pubblica amministrazione a spese dei professionisti», commenta Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, «dopo la fatturazione elettronica obbligatoria per tutti i fornitori della p.a., che ha imposto nuove spese di gestione, ora è il turno della moneta elettronica negli studi professionali e delle relative sanzioni per chi non è dotato dell’apposito Pos in nome della tracciabilità dei pagamenti. Se lo Stato ritiene necessario questo adempimento noi siamo disponibili a farlo, ma non può prevedere che siano sempre i professionisti a pagare».

Sono stati proprio i consulenti del lavoro a stimare i costi dell’operazione. A seconda della tipologia di Pos installato (tradizionale, cordless o gsm), il canone di abbonamento varia dai 10 ai 28 euro al mese. A questi si devono aggiungere gli oneri delle chiamate (circa 20 centesimi per ogni operazione), più le commissioni a favore dell’istituto di credito, pari in media al 2% dell’importo incassato. Secondo i calcoli della Fondazione, un consulente del lavoro che in un anno riceve dai propri clienti 1.000 euro tramite un Pos tradizionale (25 operazioni da 40 euro) avrebbe un costo di 172 euro, ossia il 17,2% del fatturato. «È giusto prevenire l’evasione fiscale, ma non imponendo ai professionisti di fare un regalo alle banche di circa 2 miliardi di euro», aggiunge De Luca.

Poiché finora il Pos è stato sì reso obbligatorio dal legislatore, ma senza la previsione di sanzioni, molti studi professionali hanno deciso di non procedere all’installazione. Sul punto è intervenuto il Consiglio nazionale forense con la circolare n. 10/2014, che ha chiarito come l’unico rischio per l’avvocato inadempiente sarebbe la mora del creditore. «La disposizione introduce un onere, piuttosto che un obbligo giuridico», ha spiegato il Cnf, «e il suo campo di applicazione è necessariamente limitato ai casi nei quali saranno i clienti a richiedere all’avvocato di potersi liberare dall’obbligazione pecuniaria a proprio carico per il tramite di carta di debito. Ipotesi che, considerate le prassi in uso nei fori, per molti colleghi potrebbe anche non verificarsi mai».

In parlamento però c’è ora in discussione una proposta di legge che prevede sanzioni economiche e accessorie a carico chi non si dota di Pos (si veda altro articolo in pagina). Un «bastone» che, secondo i commercialisti italiani, potrebbe essere ammissibile solo laddove adeguatamente bilanciato dalla «carota» per i soggetti virtuosi. «Pur avendo riserve sul provvedimento», spiega il vicepresidente del Cndcec, Davide Di Russo, «non siamo pregiudizialmente contrari. Ciò che ci pare inaccettabile del testo in discussione al senato è l’ammontare abnorme delle sanzioni ipotizzate e l’idea di sospendere addirittura l’attività dei professionisti che non dovessero mettersi in regola».

Ancora una volta, sottolinea la categoria, il legislatore non si preoccupa più di tanto dell’aggravio economico per gli studi professionali legati all’introduzione del Pos. «Se proprio si vuol parlare di sanzioni», aggiunge Di Russo, «che lo si lo si faccia solo dopo aver introdotto quel credito d’imposta che i commercialisti chiedono da tempo per alleggerire il peso economico di una operazione che ricade totalmente ed indiscriminatamente sui professionisti italiani, a vantaggio del sistema bancario».

In realtà la proposta di legge prevede la «detrazione» del costo dalla base imponibile (una formulazione che peraltro lascia aperte diverse incertezze operative). Ma tale misura, a parere del Cndcec, non è affatto un’agevolazione, «per il semplice motivo che si tratta di costi inerenti all’attività professionale e quindi ovviamente deducibili». La richiesta dei commercialisti è invece quella di un credito d’imposta pari agli oneri sopportati, in modo da sterilizzare integralmente i maggiori costi.

A meno che, come ha evidenziato il presidente dell’Istituto nazionale tributaristi, Riccardo Alemanno, in una lettera inviata alla commissione finanze del senato la scorsa settimana, l’intenzione non fosse quella di prevedere «una duplice detrazione dei costi delle transazioni, cioè una detrazione prima effettuata a livello contabile, come costo di gestione, e poi nuovamente detratta prima del calcolo delle imposte». In ogni caso, secondo l’Int, serve maggiore chiarezza, che si otterrebbe «solo indicando, quale agevolazione, un credito di imposta da calcolarsi in percentuale sui costi annui totali derivanti dall’installazione e dall’utilizzo del Pos». Da una ricognizione effettuata dal Notariato, infine, risulta che pressoché tutti gli studi notarili d’Italia si sono dotati dei pagamenti elettronici.

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