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Portare le imprese all’estero: la partita a risiko delle banche

E sportare, cura per tutti i mali di un Paese a crescita negativa. Ma cosa implica, realmente, andare all’estero per le imprese italiane e le aziende bancarie che le accompagnano? Nella seconda metà degli anni Novanta significava soprattutto aprire fabbriche in aree a basso costo del lavoro per produrre a meno e rivendere in Italia, lucrando sul differenziale che incideva sui costi di produzione nelle due aree. Oggi che l’Italiano riduce gli acquisti, l’estero è soprattutto un grande mercato, che per essere affrontato richiede strutture, conoscenze, capitale umano ed economico.
Novemila esportazioni
La banca italiana con la maggiore vocazione estera — non fosse altro per la massiccia campagna di shopping messa in atto negli ultimi anni, dalla Germania alla Polonia, dalla Turchia all’Austria — è Unicredit. Il gruppo guidato da Federico Ghizzoni è oggi presente in 22 Paesi, spesso con posizioni leader. Tra il gennaio 2012 e l’aprile 2013 l’istituto di Piazza Cordusio ha accompagnato all’estero 9.364 aziende italiane, dalle 280 della Sicilia alle 2.481 della Lombardia (vedi tabella). Un’azione in profondità che è stata accompagnata da un’attività promozionale suddivisa per territorio e per area produttiva. Gli incontri hanno coinvolto oltre mille aziende italiane, con 250 buyer, toccando la moda e il turismo, l’alimentare e la meccanica, fino all’arredamento e passando da Cesena a Cuneo, da Reggio Emilia a Pistoia, da Catania a Bari. I risultati si sono visti. In Cina Unicredit ha una filiale a Shanghai, una a Guangzhou e un ufficio di rappresentanza a Pechino. Un impegno concreto, dato che alla fine del 2012 la filiale di Shanghai di Unicredit aveva 210 clienti (33 dalla Germania, 3 dall’Austria, 2 dalla Slovenia, 2 dalla Cina, i restanti 170 dall’Italia), di cui 90 con linee di credito attive.
Interessi egiziani a Cà de Sass
Sui mercati a maggior tasso di sviluppo, dall’area del Centro-Est Europa all’Egitto è presente Intesa Sanpaolo. Il gruppo guidato da Enrico Tomaso Cucchiani ha recentemente elaborato uno studio per aiutare le aziende ad andare verso i mercati a maggior ritmo di crescita. Secondo le elaborazioni di Intesa su dati Istat negli ultimi quattro anni l’esportazione di manufatti italiani è cresciuta del 33,4 per cento verso la Corea del Sud, del 40 per cento verso Hong Kong, del 49,8 per cento verso il Brasile. Ma sono ancora gli Stati Uniti — dove il flusso di prodotti italiani è cresciuto tra il 2008 e il 2012 del 16 per cento — ad essere il maggior mercato di sbocco del Made in Italy con 26,4 miliardi di euro fatturati rispetto ai 22,7 miliardi di quattro anni fa.
Prospettive senesi
«In questo periodo le prospettive di ripresa sono legate all’export — dice Fabrizio Schintu, responsabile Area Estero del Monte dei Paschi di Siena — e noi stiamo registrando un interesse crescente, da parte dei nostri clienti soprattutto di piccole dimensioni, a capire come sia possibile crescere all’estero». Il Monte dei Paschi, che conta su una banca in Francia, una in Belgio e quattro filiali (a New York, Hong-Kong, Shanghai e Londra), serve direttamente all’estero circa 3.500 imprese clienti, di cui oltre mille di emanazione italiana. Inoltre, Mps conta dieci uffici di rappresentanza (Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Turchia, Francoforte, Mosca, Mumbai, Pechino e Guangzhou, con quest’ultimo destinato a trasformarsi in filiale) e una rete di accordi di collaborazione con primarie banche internazionali, tra cui un buon rapporto con Raiffeisen. «La nostra partnership con il gruppo creditizio Raiffeisen — dice Schintu — ci permette di assecondare le richieste della clientela anche su quei mercati in cui non siamo presenti direttamente, come Russia e Centro Est Europa. Ma soprattutto in Italia attraverso la nostra rete di filiali e di specialisti estero riusciamo ad offrire interventi di accompagnamento in tre direzioni per le imprese italiane: da un lato, grazie all’accordo Export Banca, riusciamo a trasferire al cliente un costo più basso che se andasse direttamente alla banca; la seconda è rappresentata dalla negoziazione delle tradizionali Lettere di credito e delle promissory note, con possibilità di sconto delle stesse e loro monetizzazione a beneficio del cliente; infine c’è il consolidato rapporto con la Sace, che porta allo sconto pro-soluto dei crediti esteri con volture delle relative polizze. La maggior parte degli strumenti consentono anche di non gravare sul castelletto dei fidi commerciali del cliente».
Gli strumenti sembrano esserci. Servono le idee, magari anche i prodotti.

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