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Portafogli. Un terzo in azioni vale il 4% l’anno nei prossimi 30

I dati sull’occupazione americana. Le minute della Federal Reserve. La Cina, il petrolio, gli ultimi sondaggi su Brexit. E a Piazza Affari, come sempre, le banche. Chi ogni giorno ascolta il battito dei mercati, inseguendo le notizie e i movimenti — a volte impercettibili — spesso gonfiati dalla reazione ipertrofica delle borse, rischia di perdere la bussola. Se il viaggio è molto lungo, invece, conviene fissare le coordinate e tenere la rotta, cercando di resistere alle perturbazioni che s’incontrano durante la navigazione.

Come si costruisce un portafoglio a lunga scadenza, in grado di mantenersi coerente con gli obiettivi iniziali per un periodo molto dilatato, fino a qualche decennio? Una filosofia che ricorda per certi versi quella applicata (con successo) da Warren Buffett, il guru di Wall Street famoso per le sue scommesse di lungo termine. Corriere Economia lo ha chiesto a una società di consulenza indipendente, Norisk e a un robo-advisor, AdviseOnly, affidando loro il compito di elaborare due ricette per investitori con un orizzonte di 30 anni e un profilo di rischio, rispettivamente, medio e medio/alto (vedi grafici sotto).

Combinazione perfetta

Il portafoglio disegnato da AdviseOnly fa perno sull’analisi statistica. Ipotizzando un investimento di 10 mila euro della durata di 30 anni e, utilizzando la serie storica dei dati sulle performance azionaria e obbligazionaria dal 1900 a oggi, si scopre che la combinazione 70% azioni e 30% obbligazioni è quella «ideale»: offre — statisticamente — il miglior ritorno possibile, nell’ipotesi di ridurre al minimo (0,5%) la probabilità di conseguire un rendimento reale negativo, al termine del periodo considerato. «Facendo questa simulazione, si ottiene un rendimento medio del 4%, al netto dell’inflazione — osserva Raffaele Zenti, co-fondatore e responsabile del team di strategie finanziarie di AdviseOnly — . Si tratta di stime realistiche e prudenti: utilizzando un periodo così ampio, del resto, si tiene conto di una storia che abbraccia due guerre mondiali, stravolgimenti politici, rivoluzioni tecnologiche e scientifiche, recessioni, crisi economiche e finanziarie violente, profonde e durature». Sul fronte azionario, le scelte di Zenti cadono su titoli value e ad alto dividendo: da un lato, si privilegiano panieri (disponibili sul mercato sotto forma di Etf) composti da azioni di alta qualità, selezionate in base a criteri valutativi, come il rapporto prezzo/utili e prezzo/valore di libro; dall’altro lato, si dà la priorità agli Aristocratici dei dividendi: titoli dei Paesi sviluppati ed emergenti con una cedola azionaria stabile e crescente da almeno 10 anni. «Fatta cento la performance dei mercati azionari dal 1900 in avanti — pari a una media annua del 5,4%, in termini reali — oltre il 90% dei rendimenti è riconducibile ai dividendi», ricorda Zenti.

Se si esce dal campo della statistica e si prende in esame un orizzonte significativo ma più limitato — gli ultimi 15 anni — i numeri cambiano e non di poco. Dall’inizio degli anni 2000, l’oro ha reso più di ogni altra classe di attivo: l’8,7% l’anno, in termini nominali, nonostante i crolli iniziati nel 2011. Un paniere di titoli di Stato italiani, come l’EuroMTS Italy Btp ex-bank, ha guadagnato il 5,6%. Le azioni globali rappresentate dall’Msci world, invece, si sono fermate al 2% l’anno: poco più dell’inflazione media registrata nel periodo (1,7%). «All’inizio del 2000 i mercati azionari erano vicini ai massimi storici — ricorda Marcello Rubiu, partner di Norisk —. Anche oggi, del resto, le valutazioni non sono a buon mercato, specialmente se si guarda agli Stati Uniti: quando si compra in prossimità dei massimi, i rendimenti possono rivelarsi deludenti, anche su un orizzonte piuttosto ampio».

Le ipotesi

Del resto, oggi le obbligazioni di buona qualità rendono pochissimo: solo lo 0,5% nell’area euro, a fronte di una durata finanziaria media di 6,6 anni. A scadenza, un Btp a 30 anni dà solo il 2,6%. «Questo scenario induce gli investitori ad assumersi rischi eccessivi e non adeguatamente remunerati. Oggi l’approccio tattico prevale sulle strategie di lungo termine», chiosa Rubiu, secondo cui, un portafoglio di rischio medio, costruito su un orizzonte trentennale, dovrebbe avere — a regime — un’esposizione azionaria del 50%: da costruire, però, con investimenti graduali — per esempio tramite un piano di accumulo — fino alla prossima recessione ed effettuando acquisti significativi nelle fasi di forte correzione: il peso dell’equity, spiega l’analista, potrebbe salire a quota 50% solo nel momento in cui l’indice globale dovesse trovarsi a un livello inferiore di almeno il 35% rispetto ai valori attuali. «Poi, avvicinandosi alla scadenza del piano d’investimento— suggerisce l’esperto — bisognerebbe ridurre gradualmente il rischio».

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