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PopVicenza, i Pm aprono l’inchiesta sui crediti

Un’altra inchiesta scuote il mondo bancario. Nel mirino è finita la Banca Popolare di Vicenza, e i reati individuati sono, al momento, l’aggiotaggio e l’ostacolo alla vigilanza, contestati prima di tutto al presidente Giovanni Zonin e all’ex dg Samuele Sorato. Ieri gli uomini del Nucleo valutario della Guardia di finanza hanno effettuato una serie di perquisizioni e sequestri negli uffici bancari di Vicenza, Milano, Roma e nella sede di Palermo di Banca nuova. Risultano indagate 6 persone: oltre al presidente Zonin e all’ex ad e direttore generale Samuele Sorato, anche Giuseppe Zigliotto e Giovanna Maria Dossena, membri del cda, Andrea Piazzetta, ex vicedirettore generale della divisione finanza e Emanuele Giustini, ex vicedirettore generale responsabile della divisione mercati. La storia della Popolare di Vicenza è fatta, secondo il procuratore Luigi Salvadori, di crediti deteriorati nascosti e mai inseriti nella voce delle sofferenze;?i noltre, fatto ancora più grave, i manager indagati avrebbero concesso finanziamenti a persone che poi acquisivano le azioni della stessa banca.
La banca ha espresso «piena collaborazione da parte della dirigenza e del personale» all’azione della Gdf, il consigliere delegato Francesco Iorio, ha manifestato «massima fiducia nella magistratura».

L’inchiesta della Procura non è che l’epilogo della parabola amara della Popolare vicentina, passata in poco tempo da punta di lancia del Nord Est a banca pericolante che necessita ora di un’ennesima iniezione di capitale da 1,5 miliardi per uscire dalle secche. Secche in cui l’ha precipitata la gestione disinvolta, piena di punti interrogativi, del duo Zonin-Sorato. Si è dovuta attendere l’ispezione della Bce per avere un po’ di verità sulla reale salute della banca, troppo spesso in passato oscurata ed edulcorata ad arte. Lo dicono i numeri dell’ultimo bilancio passato al setaccio dagli uomini di Francoforte e sotto lo sguardo attento del nuovo ad Francesco Iorio. Quei numeri dicono di una profonda pulizia doverosa e sempre rimandata. La Popolare di Vicenza ha chiuso il semestre con una perdita di 1,05 miliardi, un buco che cumulato con la prima parziale pulizia del 2014 porta il rosso a 1,8 miliardi in soli 18 mesi. Di fatto la banca ha visto bruciare ben più di quei 1,2 miliardi di capitali chiesti ai soci nel recente passato. Quella perdita monstre del giugno scorso dice di una ricognizione dura della Bce sui crediti malati che Zonin e il suoi si ostinavano a non svalutare per non rivelare che il Re era nudo. Le perdite sui crediti sono state di ben 700 milioni ben più dei 546 milioni di ricavi della banca. Ma non c’erano solo prestiti in sofferenza da rettificare e tenuti artificiosamente in bilancio come esigibili. La banca ha svalutato avviamenti per 268 milioni e ha svalutato ben 103 milioni su 350 milioni su tre fondi esteri (Optimum e Athena) acquistati in passati e su cui gli inquirenti sospettano partite di giro. Io banca compro quote dei tuoi fondi e tu sottoscrivi mie azioni. Si pensa che la Bce sia stata troppo dura con Vicenza? Nonostante l’imponente pulizia da 700 milioni su sofferenze e incagli l’istituto vanta tuttora crediti malati netti che sono ben il 17% del totale impieghi una cifra quasi doppia rispetto alla media del sistema bancario italiano. Come si vede tanta salute e solidità proclamata a piè sospinto da Zonin anche nel recente passato era un’illusione ottica. E su questo miraggio i vertici della banca hanno spinto molto. Tenendo arbitrariamente alto il valore del titolo. Non solo. Ma spingendo come ha rivelato in dettaglio l’ispezione Bce migliaia di soci a sottoscrivere a piene mani i titoli della banca, arrivando a finanziare per la cifra record di 975 milioni (un quarto del patrimonio) il loro acquisto. La beffa è arrivata immancabile. Quel valore di 62,5 euro cui è stato sottoscritto anche l’ultimo aumento di capitale non poteva reggere a fronte delle pulizie inevitabili del bilancio che hanno cumulato come si è visto poi 1,8 miliardi di perdite in 18 mesi. Pochi mesi fa ecco il taglio unilaterale. Il Cda porta il valore a 48 euro e il fondo di riacquisto viene bloccato. Non si possono rivendere i titoli. Basti pensare che anche con il taglio del 23% patito dai soci il valore teorico della banca resta sopra il livello di 1,2 volte il patrimonio. Le migliori banche quotate italiane, quelle che fanno utili e hanno patrimonio più che adeguato, quotano 0,8-0,9 volte il loro capitale. Improbabile che la Vicenza messa a nudo sulle sue criticità contabili possa valere anche in futuro più di così. Già con il taglio a 48 euro, i 120 mila soci clienti hanno visto andare in fumo 1,3 miliardi di soldi investiti nella banca del territorio. Una tosatura di massa con in più l’aggravante di avere in mano titoli congelati. E il rischio futuro è che la quotazione in Borsa (di per sè cosa buona e giusta che allinea in trasparenza i prezzi) veda un altro taglio del valore nell’ordine di un 20-30%. Difficile che con una situazione ancora in via di guarigione si possa strappare multipli come quelli attuali. E così il falò per i possessori di azioni della Vicenza rischia di vedere distrutti oltre 2,5 miliari di denaro. Quel denaro consegnato a caro prezzo nelle mani sbagliate. Il prezzo di una fiducia mal riposta. Al di là dei profili penali che l’inchiesta eventualmente appurerà.

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