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Popolari: ritornano i nocciolini. Mercoledì l’appuntamento con il Tar

Il più lesto a muoversi è stato Emilio Zanetti. Il vecchio leone bergamasco, 84 anni, dall’ultima tornata elettorale fuori dalle cariche operative di Ubi, ha messo tutti in fila e ha allestito in poche settimane il Patto dei Mille, associazione di evidente matrice bergamasca che raccoglie il 2,273 per cento del capitale della banca, diventandone così il quarto azionista, dietro ai fondi di BlackRock e di Silchester e la fondazione di Cuneo.
Mentre tutti guardavano a Brescia («la parte della ex popolare più avvezza alle logiche del capitalismo») è stata Bergamo a dare l’esempio: sono finite dentro alla scatola preparata da Zanetti 20,5 milioni di azioni, per un controvalore di circa 90 milioni di euro. A conferire parte del loro investimento nell’istituto guidato da Victor Massiah, è stata la pressoché totalità della Bergamo che conta: le famiglie Bombassei (Brembo) e Pesenti (Italcementi), Roberto Sestini (Siad), Bosatelli (Gewiss), la holding Odissea di Antonio Percassi, Angelo Radici, Miro Radici, Matteo Tiraboschi, Marco Cefis, Alberto Barcella (Bm), Gianfranco Andreoletti (Scame Mastaf), la famiglia Martinelli dell’industria tessile.
Soglia d’entrata
Per tutti, quota minima di 100 mila azioni. Venti i soci fondatori, già diventati 65. Nei fatti, un’incursione con spirito garibaldino che muove a favore della stabilità e della solidità della struttura societaria di Ubi, che dovrebbe uscire ulteriormente rafforzata da una iniziativa analoga che, secondo alcuni, starebbe per nascere a Brescia.
Di sicuro Zanetti, che del Patto dei Mille è presidente, ha posto l’accetto sui legami territoriali di Ubi, un istituto di credito che ha saputo interpretare prima degli altri la tendenza del mercato – alla luce della sovranità europea nel settore bancario – trovando un opportuno punto di mediazione tra quanto è stato e quanto inevitabilmente sarà.
Sale quindi al 16,513 per cento la quota del capitale di Ubi in mano a investitori istituzionali. A fianco del Patto dei Mille (2,273) ci sono infatti Silchester (5,123), BlackRock (4,909), la Fondazione Cuneo (2,278) e la Fondazione Banca del Monte (1,93). È probabile che se i maggiori azionisti dell’area bresciana seguiranno l’esempio dei soci bergamaschi Ubi possa arrivare a una quota attorno al 20 per cento del capitale in mano a investitori di lungo periodo, di cui circa il 10 per cento con profonde radici nei territori.
Ragionamenti simili si stanno ipotizzando nella sede di molte altre banche. In Veneto soprattutto. Non solo a casa del Banco Popolare, la più grande tra le popolari nordestine chiamate a trasformare la propria forma sociale, ma con impellente urgenza in casa Veneto Banca e Popolare di Vicenza. I tempi sono maturi.
Veneto Banca in aprile sbarcherà in Piazza Affari. L’operazione sarà contestuale a un aumento di capitale da circa un miliardo di euro garantito da Banca Imi. Il prezzo sarà lontanissimo dai 40 euro del recente passato: a fine 2015 venne fissato in 7,3 euro il diritto di recesso. Difficile pensare a una quotazione lontana da quei valori. Intanto, domani verranno esaminati dal cda i conti del 2015, che chiuderà con una perdita rilevante. L’amministratore delegato Cristiano Carrus sta completando una profonda opera di pulizia che ha l’evidente intento di segnare una netta discontinuità con il passato e di consegnare alla banca la chiave d’accesso al futuro. Molto di questo dipenderà anche dalla risposta dei soci. Attorno a Veneto Banca sono attive due distinte associazioni di soci, una fa capo a Giovanni Schiavon, l’altra a un gruppo di industriali. Questi ultimi, 188 soci che controllano circa l’8 per cento del capitale, dovrebbero mettere assieme circa il 5 per cento delle azioni della banca.
Stasera
Su questa direzione muove anche la Popolare di Vicenza. Questa sera primo incontro pubblico in città tra i vertici della banca e i soci-azionisti. Domani, cda sui conti del 2015: attesa una perdita a circa 1,2 miliardi che dovrebbe definitivamente chiudere – con il prossimo aumento da 1,5 miliardi garantito da Unicredit – i conti con l’era Zonin. Prossime tappe: il 5 marzo assemblea per la trasformazione in spa e, almeno 15 giorni prima, fissazione del prezzo delle azioni in caso si volesse esercitare il diritto di recesso.
Intanto, prende forma come sarà la spa. Il consiglio di amministrazione ha predisposto una relazione illustrativa sul futuro prossimo della banca che prevede la riduzione dei posti in consiglio dagli attuali 18 a 13. Non se ne avvertirà la mancanza, visto che con l’eccezione del presidente Stefano Dolcetta e del consigliere delegato Francesco Iorio gli amministratori sono praticamente i medesimi degli ultimi tre anni. Proprio Dolcetta e Iorio stanno cercando di fare i conti con il futuro. Dolcetta si è detto felice se i soci privati sottoscriveranno almeno un terzo dell’aumento di capitale da 1,5 miliardi. Oggi c’è chi porta quell’asticella al 40-50 per cento. Ovvero una cifra tra i 500 e i 750 milioni di euro. Sarebbe tra questi sottoscrittori che si individuerebbe, poi, il possibile nocciolo duro di azionisti. Alcuni nomi sono già pronti.
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