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Popolari I sei vizi da togliersi in fretta

C i sono sei nodi che legano il mondo delle popolari a un’epoca lontana dall’attuale. Vizi strutturali, da sciogliere rapidamente per far sì che istituti che hanno retto una sfida durata centocinquant’anni riescano a proporre il loro modello – fortemente modificato in questi svincoli chiave – anche nel prossimo futuro. Sono vizi che hanno consentito, in anni recenti, la deriva di alcuni istituti, compromettendo la capacità del sistema di dirsi sfidante.Proviamo ad analizzarli. 
Una testa un voto?
Il voto capitario è l’essenza giuridica su cui si basano le banche popolari: una testa un voto, siamo tutti soci allo stesso modo, indipendentemente dal numero delle azioni che possediamo. E con questo principio andiamo in assemblea. Un fantastico principio di uguaglianza, che deriva direttamente da quelle sfide ottocentesche che diedero vita alle popolari. Ma anche un principio che ben si attaglia a banche di piccole dimensioni. Le sfide dei mercati, oggi, richiedono ingenti capitali, le dimensioni contano. Chi mette dei soldi vuole pesare in proporzione all’impegno. Così il principio del voto capitario diviene anacronistico, specie per quei gruppi a dimensione nazionale, magari già quotati in Borsa come Ubi, Banco Popolare, Bper, Bpm, Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese.
Presidenze a vita
Dal voto capitario discende direttamente l’egemonia di molti presidenti. Abili gestori delle assemblee, diversi numeri uno hanno saputo perpetuare negli anni il loro potere. Carlo Fratta Pasini al Banco Popolare, Gianni Zonin alla Vicenza, Giovanni De Censi al Creval, Piero Melazzini alla Sondrio, Flavio Trinca a Veneto Banca, Guido Leoni alla Bper, Emilio Zanetti alla Bergamo e diversi altri, hanno saputo cristallizzare assemblea dopo assemblea lo status quo . Le banche ne hanno inevitabilmente risentito e forse anche il principio, caro ai democratici, della pluralità. Con un solo uomo al comando per anni, decenni, ventenni e più il sistema dei controlli interni sugli investimenti e le procedure rischia di finire ridimensionato. Alla fine basta che vada bene a quello che più di uno identifica come il «padrone» della banca.
Casi indimenticabili
Diversi anni fa, il responsabile della comunicazione della Popolare di Milano aveva potere di firma fino a un milione di euro, senza dover giustificare, senza essere soggetto a controlli. Le aziende partecipate hanno visto ogni cosa. Il caso più clamoroso fu l’Italease di Massimo Faenza, un buco senza fine per la società di leasing delle popolari. Era il 2007. Di poco precedente è anche la clamorosa cavalcata di Gianpiero Fiorani e della sua Popolare di Lodi, mentre nel 2006 arrivò al capolinea l’avventura di Giovanni Brumana alla Popolare di Intra. Figlio del boom di Internet e della agognata new economy fu il crack della Bipop Carire del 2002, con Bruno Sonzogni, mentre Piero Bongianino, quasi dieci anni prima, nel 1993, portò al punto di non ritorno la Popolare di Novara, un tempo la più grande popolare d’Europa.
Valori discutibili
Il quarto nodo è dolentissimo e riguarda il valore delle banche popolari non quotate. Se in Borsa il prezzo si forma dall’incontro di domanda e offerta, cosa fare quando una banca popolare non è quotata? Si procede con una perizia di parte. E si stima, una volta l’anno, il valore dei muri, dei quadri, degli attivi di tutta la banca. Poi si divide per il numero delle azioni e si ottiene il prezzo del singolo titolo. Un meccanismo che rivela alcune contraddizioni.
Le due principali banche popolari non quotate, Vicenza e Veneto, si trovano a valere più di molte concorrenti. Vicenza vale quattro volte PopSondrio, 2 volte la Bper, quasi come Ubi. La Veneto una volta e mezza la Popolare di Milano, quattro volte il Creval, più del Banco Popolare. Facezie. Rapporti che non hanno aderenza alla realtà.
Titoli non liquidi
Azioni non quotate portano a far sì che la banca emittente si faccia garante della loro liquidità. È stato costituito un apposito fondo, nei bilanci degli istituti di credito popolare, per il «riacquisto azioni proprie». Ma è del tutto inadeguato alle esigenze dei soci e non potrebbe essere diversamente. Così per vendere i titoli delle popolari si aspettano mesi, talvolta anni. Le assemblee anche più recenti hanno visto soci pietire in lacrime la possibilità di vendere le loro azioni. Scene che poco hanno a che fare con il principio di mutualità e le idee alte che, ahimè, hanno una realizzazione bassa.
I soci, peraltro, vanno governati, specie in prossimità delle assemblee. E il miglior modo per farlo passa attraverso un generoso dividendo e un lauto buffet. Negli anni buoni, le cedole delle banche popolari sono sempre state generose, specie quando c’era da rinnovare il presidente. Cedole generose anche a scapito del mettere a riserva l’utile, irrobustendo la banca. Gli effetti si sono visti. Oggi la lobby delle popolari – dopo aver perso il tempo dell’autoriforma, anni non mesi – avvisa che il loro ridimensionamento porterà a effetti negativi sull’economia reale. C’è chi evidenza che ne risentiranno soprattutto i noleggiatori di autobus, tutti prenotati per le assemblee di primavera, e le società di catering , per lo stesso motivo. Potranno rifarsi con le gite fuori porta e le comunioni, due must della primavera italiana.
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