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Popolari I nocciolini dei piccoli soci La partita in difesa è già iniziata Abi e Fabi nuovamente d’accordo

Martedì scorso, 28 aprile, al Ritz-Carlton hotel di St. Louis, Missouri – non proprio una delle centrali finanziarie mondiali – Wells Fargo, considerata con Bank of America, Citigroup e Jp Morgan Chase tra le maggiori banche degli Stati Uniti, ha tenuto la propria assemblea annuale. I soci di questa banca, fondata a San Francisco nel 1852, hanno licenziato un bilancio che si riassume in due cifre: ricavi complessivi 84 miliardi di dollari; utile netto 23 miliardi di dollari, oltre 20 miliardi di euro. 
Victor Massiah, consigliere delegato di Ubi, la banca popolare italiana con la maggior capitalizzazione sul mercato borsistico, ha richiamato proprio l’esempio di Wells Fargo per illustrare i pericoli che u na banca come Ubi dovrà cercare di limitare nei prossimi mesi, quando – probabilmente entro fine anno – in ossequio alla legge, abbandonerà la forma sociale cooperativa per trasformarsi in società per azioni.
Proporzioni
Ubi, infatti, capitalizza oggi alla Borsa di Milano circa 6,5 miliardi di euro, quanto Wells Fargo realizza come utile netto in quattro mesi. «Sarebbe un gioco per una banca di quelle dimensioni – ha detto Massiah – investire in Italia una quota dei propri utili annuali». Il principio, applicato alla popolare italiana che gode della più ampia capitalizzazione, può ovviamente essere riferito anche a tutti gli altri nove istituti di credito, alcuni di ben minori dimensioni, che il governo Renzi chiama a mutare la propria ragione sociale in forza di un più consono adeguamento al mercato. A Bergamo, il 25 aprile, in occasione dell’assemblea di Ubi, nessuno ha però messo in discussione la trasformazione in Spa del gruppo. Anzi, sia il presidente del consiglio di gestione, Franco Polotti, che l’omologo a capo della Sorveglianza, Andrea Moltrasio, si sono adoperati per fissare le date di un calendario che ha già, in questi ultimi giorni, visto mettere in moto la macchina organizzativa, al fine di arrivare, dopo l’estate, con la strada spianata per presentarsi al voto dell’assemblea, forti di un principio, che è quello della salvaguardia dell’attuale struttura di governance duale.
Questo per dire che una marcia indietro, neppure da parte di chi più lucidamente guarda in avanti, è minimamente considerata realizzabile. Ed è proprio nel guardare avanti che l’opera di Polotti e Moltrasio e di tutta la struttura di Ubi, si sta impegnando.
Strutture proprietarie
A Ubi e a tutte le altre nove banche popolari serve individuare una struttura proprietaria nuova, capace prima di tutto di investire nella banca e conseguentemente di dare all’istituto una stabilità nel corso del tempo. Ubi non solo è la più grande tra le popolari, ma è anche quella che, grazie al proprio ramo bresciano, aveva già al tempo della Spa precedente, individuato un «nocciolo duro», riconducibile ad alcune importanti famiglie bresciane. Quelle famiglie ci sono ancora e certamente verranno affiancate da alcuni importanti investitori, bergamaschi prima di tutto, ma anche di altre zone d’interesse della banca. Tra i soci figura anche il fondo Silchester, che ha quasi il 5 per cento dell’istituto, ma gli azionisti italiani dovrebbero riuscire a mettere assieme una percentuale ben superiore (la Fondazione Cr Cuneo ha già il 2,278%).
Movimenti
Su questa strada sono chiamati a muoversi tutti gli altri istituti. Stanno ragionandovi a Verona, dove il Banco Popolare oltre a guardare a un possibile accordo con la Popolare di Milano, sta considerando, assieme alle due altre grandi realtà finanziarie della città, la Cattolica di Assicurazione e la Fondazione CariVerona, una presenza strutturata all’interno della banca. Ma anche a Milano, Vicenza, Montebelluna, da entrambi i lati della piazza di Sondrio, a Bari, ad Arezzo e a Modena. Ma il problema non è di semplice soluzione. Le azioni di queste dieci banche con la trasformazione in spa, non si peseranno più, semplicemente si conteranno. Le cavalcate ultradecennali di presidenti che accentravano sulla propria figura deleghe mai ricevute, in forza di una rappresentanza ottenuta abilmente in assemblea, talvolta a fronte di una percentuale di possesso azionario da prefisso telefonico, sono giunte al termine. La cosiddetta banca del territorio, che ai territori ha molto dato, adesso deve prendere, ma solo al fine di garantire un futuro ancora interconnesso. Deve prendere in termini di partecipazione qualificata, di capitale, di denaro fresco che serva a garantire un percorso di sviluppo nel tempo. Le mosconate non sono all’ordine del giorno, tantomeno saranno gradite. Si cerca altro.
Per tornare a guadagnare, dopo i rovesci e le svalutazioni degli ultimi tempi, serve pazienza. I signorotti del credito locale sono chiamati a scendere da cavallo e ad aprire il portafoglio: le regole sono cambiate. E anche se St. Louis, Missouri, dista circa 10 mila chilometri dall’Italia è su questa scala che i banchieri ex popolari sono chiamati a costruire il futuro dei loro istituti.
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