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Popolari ecco perché devono battere cassa

di Stefano Righi

Dopo averlo suggerito privatamente, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha reso esplicito il suo pensiero sabato 26 febbraio a Verona. In occasione della riunione annuale del Forex, Draghi è stato chiarissimo: «Per giungere preparati al momento della piena entrata in vigore delle nuove regole sul capitale delle banche, il rafforzamento patrimoniale deve continuare, innanzitutto attraverso la capitalizzazione degli utili. Ci aspettiamo che, come per il 2009, gran parte dei profitti conseguiti lo scorso anno venga destinata ad accrescere la dotazione patrimoniale. Appare comunque inevitabile, non appena le condizioni lo consentiranno, che si ricorra anche al mercato dei capitali» . A chiarire ulteriormente il concetto, è intervenuta la scorsa settimana da Genova il direttore generale dell’istituto centrale italiano, Anna Maria Tarantola. Le banche, ha detto, dovranno rivedere le strategie di crescita che hanno caratterizzato il passato decennio, rafforzare la dotazione patrimoniale, disporre di adeguate risorse liquide, accrescere la capacità di gestire adeguatamente i rischi. E poi ha presentato il conto: l’entrata in vigore delle norme di Basilea 3 costerà alle banche italiane 40 miliardi di euro. Signori, alla cassa… Settimana da incubo Con simili premesse, la scorsa settimana è stata tutta da dimenticare per le azioni della banche italiane quotate alla Borsa di Milano. Il botto già lunedì. Gli analisti attendevano i risultati di Ubi, che trovate sintetizzati nella tabella a fianco. Si sono invece visti comunicare la delibera di un aumento di capitale da 1 miliardo di euro. Quanto costa una simile operazione? Stando ai valori di Borsa il 12,36 per cento della capitalizzazione della banca lombarda, tanto infatti ha perso Ubi lunedì scorso. In una cifra: 500 milioni di euro di perdita in una seduta. Ma Ubi non è stata l’unica. La Popolare di Milano è salita sull’ottovolante. Prima una discesa ardita martedì, quando il presidente Massimo Ponzellini ha portato in consiglio la proposta di un aumento di capitale da 600 milioni di euro. Un aumento tutto nel segno della solidità finanziaria dell’istituto di piazza Meda, visto che i 500 milioni di Tremonti bond che la banca deve restituire entro l’estate del 2013 sono già in casa grazie a una emissione obbligazionaria contemporanea all’emissione dei bond governativi. Poi, mercoledì, una risalita quando si è diffusa la notizia che l’aumento era stato bocciato. C’è però da chiedersi per quanto tempo la Popolare di Milano potrà andare avanti senza chiedere ai soci di metter mano al portafoglio. Giocare d’anticipo Alla luce di questa settimana di fuoco aveva visto giusto Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato del Banco Popolare, che avendo studiato la rotta in anticipo ha battuto tutti sullo sprint, rompendo gli indugi ancora in dicembre con una superoperazione da 2 miliardi di euro interamente sottoscritta dai soci senza intervento del consorzio di garanzia. Il Banco così facendo ha messo fino all’emorragia di interessi da pagare allo Stato per i Tremonti bond e ha rafforzato per circa 500 milioni il capitale. Ne aveva estremo bisogno, sia chiaro. Ma in questo momento fa premio il timing : i soldi non sono infiniti e se tutte le maggiori banche italiane dovranno rafforzare il patrimonio, tanto vale farlo per tempo. Anche in quest’ottica va vista l’operazione Ubi. Resta da capire quando muoverà le sue pedine il Monte dei Paschi di Siena. Tra tutti gli istituti italiani è quello che sembra avere maggiore necessità di un aumento di capitale. Molto è stato fatto a Rocca Salimbeni, dove Antonio Vigni ha presentato la scorsa settimana risultati sorprendenti: 985 milioni di euro di utile netto contro i 220 milioni dell’anno precedente (+348%). Vigni ha firmato una marcata opera di riduzione del perimetro del Monte, vendendo molti asset non core, ma il peso degli 1,9 miliardi di euro di Tremonti bond emessi è tale che anche Siena deve arrivare rapidamente al dunque. Vigni ha dichiarato che intende rimborsare le obbligazioni governative prima della scadenza e che spera di ottenere dalla Banca d’Italia il via libera perché l’operazione in atto sul patrimonio immobiliare possa venire computata nell’indicatore Core Tier 1. Sarà sufficiente? Tempeste cooperative Non fossero bastate le manovre sul capitale, la scorsa settimana si è segnalata anche per il ritorno a galla di un vecchio e sempre smentito progetto: la fusione tra il Banco Popolare di Carlo Fratta Pasini e l’Ubi di Corrado Faissola ed Emilio Zanetti. I tre presidenti si sarebbero incontrati nelle settimane scorse a Brescia. Forse per parlare di un possibile futuro in comune, forse per decidere le ferie estive. Anche questa volta è giunta puntuale la smentita ad allontanare la nascita di una superpopolare che avrebbe, si badi, ben più di una sovrapposizione territoriale da smaltire. Sia o non sia in corso una manovra di avvicinamento tra i due istituti, questa è la conferma che il mondo delle popolari quotate vive giorni di estrema turbolenza. E se il Monte non è giuridicamente una popolare, è assimilabile per vocazione e identità territoriale. E le non quotate? La più grande di queste, la Vicenza, ha chiuso il 2010 con 94 milioni di euro di utile netto consolidato. Il presidente Gianni Zonin, presentando i conti, ha escluso operazioni sul capitale, indicando un Tier 1 ratio all’ 8,05%.

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