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Popolari Arriva la legge? Ecco chi è pronto in anticipo Bari, l’attesa senza fine del bilancio 2014

Il decreto Renzi sul riordino del sistema creditizio italiano è arrivato al dunque. Dopo aver incassato il via libera della Camera (290 voti favorevoli, 149 contrari, 7 astenuti), il disegno di legge 1813 di conversione del decreto legge n°3 del 24 gennaio 2015 ha ottenuto il visto anche dalle commissioni Finanze e Industria del Senato, che hanno dato mandato al relatore per portare il testo in aula, domattina. In queste prossime ore non mancheranno i colpi di scena. La pervicace ostinazione a difendere lo status quo che ha caratterizzato una parte dell’universo delle banche popolari, contrasta con chi finalmente guarda avanti e trova nel confronto con un mercato sempre più ampio e orizzontale la vera ragione della propria esistenza. Nell’incassare l’ok dalle commissioni del Senato, con un provvedimento blindato, il relatore Claudio Moscardelli (Pd) ha evidenziato come non ci sia tempo per introdurre modifiche: «quando andremo al voto – ha evidenziato – penso che il governo metterà la fiducia». 
Tempo perso
Il tempo in effetti c’era, ma non in questo 2015. Anni, non mesi, che le banche popolari hanno speso nell’immobilismo più assoluto, evitando accuratamente, sebbene sollecitate, di avviare una seria attività di autoriforma che avrebbe permesso loro di interpretare meglio i tempi e di non arrivare a un confronto con il governo su posizioni tanto lontane. Ora, voto di fiducia o meno, approvazione dell’aula o ricorso alla Corte costituzionale, qualsiasi sia l’evoluzione del decreto Renzi dello scorso gennaio, un primo grande risultato si è già ottenuto: alcune popolari, indipendentemente dalle indicazioni che emergeranno domani da Roma, hanno già deciso autonomamente di intraprendere la via per la trasformazione della forma sociale da cooperativa a società per azioni.
Intuizioni
La straordinaria intuizione di uguaglianza tra i soci, qualsiasi sia il loro apporto alla causa sociale, così come emerge dal principio del voto capitario nato nell’Ottocento, si è rivelato anacronistico nel momento in cui la finanza non è più quella regionale, le dimensioni sono rilevanti e il confronto è con una concorrenza globale e un regolatore sovranazionale. Il limite posto dal decreto Renzi degli otto miliardi di attivo pone un chiaro confine dimensionale tra chi può ancora concretamente perseguire i fini mutualistici tipici delle banche popolari e chi è chiamato a rispondere ad altre logiche.
Dieci su settanta
Alla fine, il decreto tocca 10 banche su 70 a conferma che lo spirito di straordinaria vicinanza sociale delle banche popolari non verrà meno, ma anzi uscirà rafforzato dall’uscita di chi, in tutta evidenza, popolare non è più da tempo. Confondere il Banco Popolare o Ubi – società che capitalizzano rispettivamente 5 e 6,3 miliardi e hanno attivi per 123 e 121 miliardi – con una delle altre sessanta banche non toccate dal decreto rischierebbe di divenire offensivo per entrambe. Il decreto Renzi ha però evidenziato anche molti lati positivi. Alcuni istituti – Veneto Banca e Popolare di Vicenza in maniera esplicita, la Banca Popolare di Milano anche martedì scorso assecondando pubblicamente la trasformazione indotta dal decreto – hanno già intrapreso la strada del cambiamento. È vero anche che Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare si è scagliato contro la riforma in una accorata lettera ai dipendenti e che il presidente di Bper, Ettore Caselli, che al contempo presiede anche l’associazione di categoria, non può agire contro l’interesse dei propri associati, ma il cambiamento è in atto e di questo tutti beneficeranno.
Orizzonti diversi
Lo hanno capito chiaramente i capi azienda delle banche coinvolte. Se i presidenti «devono» in alcuni casi difendere lo status quo , i manager che quotidianamente si trovano a confrontarsi sui mercati hanno già abbracciato il cambiamento. Da Vicenza a Montebelluna, da Modena a Sondrio, da Milano a Bergamo, Brescia e Verona le dimensioni delle dieci banche coinvolte sono tali che una limitazione partecipativa al capitale – nonostante sia, in sette casi, addolcita dalla distinzione tra soci e azionisti, che deriva dalla bizantina collocazione sul mercato azionario delle azioni delle stesse banche «popolari» – rappresenta un aggravio sul fronte della provvista e un ostacolo sul piano della governance .
Maggior chiarezza
Se il disegno del premier Renzi arriverà a compimento queste banche usciranno dalla riforma più forti e più identitarie di quanto siano oggi. Banche popolari vere, legate al territorio, non aggregati finanziari che si mascherano dietro a una carta d’identità scaduta. Al di là degli ostruzionismi, dei ricorsi e delle manovre della potentissima lobby che le raggruppa, il governo sembra aver interpretato pienamente il senso di un cambiamento non più rinviabile. L’occasione è straordinaria per tutto il sistema, tanto da aver mosso verso l’autoriforma anche il mondo del credito cooperativo, le Bcc che hanno dimensioni davvero locali. Gli episodi di mala gestio – la Popolare dell’Etruria e del Lazio è commissariata; sono indagati alcuni amministratori ed ex amministratori di Veneto Banca; è rinviato a giudizio un ex presidente della Bpm – non devono richiamare i toni di una guerra santa che non ha ragione di essere. Le dieci banche individuate dal decreto hanno semplicemente smesso di essere popolari perché cresciute troppo. Continueranno ad esserlo, pienamente, le sessante banche che il decreto neppure sfiora.
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