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Popolari, arriva il compromesso tetto del 5% ai diritti di voto

Sulla riforma delle banche popolari, basata sulla trasformazione in società per azioni, le Commissioni Finanza e Attività produttive della Camera optano per il compromesso ma restando fedeli all’impianto deciso dal governo Renzi. Così, da una parte, l’articolo 1 del decreto legislativo, che riguarda specificamente le banche, è stato modificato ammorbidendo la vera e propria cancellazione del principio di “una testa, un voto” per contemplare un caso intermedio. Mentre, dall’altra, non è stata accolta alcuna modifica alla soglia di 8 miliardi di euro di attivi oltre la quale scatta la trasformazione in spa.
Sulla prima questione, è stato deciso che per statuto, e a maggioranza semplice in assemblea, una popolare possa fissare un tetto del 5% ai diritti di voto per 24 mesi a partire della conversione del dl. Chi dovesse avere, per esempio, il 7% del capitale di una banca che si appresta a diventare spa e che dovesse introdurre il limite si troverebbe con il restante 2% in mano “sterilizzato”. Che è poi quello che accade già in Unicredit, dove con la privatizzazione di inizio anni Novanta era stato introdotto un tetto al 5% dei diritti di voto tuttora in vigore (se ne era parlato con l’ascesa nell’azionariato dei soci libici).
Sulla seconda questione, non è passata la linea di alcuni esponenti del Pd, come Boccia, Fassina, Cuperlo e Civati, che puntavano a innalzare da otto a 30 miliardi la soglia di attivi che fa scattare la trasformazione in spa. «Chiedo – ha tuonato Boccia intervenendo nelle Commissioni Finanze e Attività produttive – se non si siano sovrapposti i ruoli di governo e Parlamento e regolatori. Se non mi si risponde, come temo, ho il dovere di chiedere un’indagine conoscitiva sul perché la riforma tocchi solo dieci banche (quelle con attivi oltre gli 8 miliardi, ndr) e non quindici o meno. Mi dovete convincere che questo decreto favorisce il credito alle imprese e non il destino delle principali popolari». Il riferimento è al fatto che il dl dovrebbe favorire una nuova tornata di fusioni e acquisizioni.
Con l’eliminazione del principio “una testa, un voto” che ha da sempre contraddistinto le popolari, anche con un tetto al 5%, i grandi azionisti cominceranno a contare in base alle azioni effettivamente possedute. E avranno un incentivo in più a entrare nel capitale, favorendo così operazioni di m&a. L’ex responsabile economico del Pd Fassina si è invece concentrato sul limite dei diritti di voto al 5%, bollando la concessione come una «apertura debole » rispetto alle richieste formulate. E’ invece soddisfatto il relatore Marco Causi del Pd, anche perché il testo supera l’esame in Commissione e approda in Aula, oggi stesso: «La riforma pensata dal governo è sostanzialmente immutata. E’ solo rientrata nei paletti posti da Bankitalia. Il tetto del 5% protegge le banche da scalate ostili per due anni».
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