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Popolari, anche le piccole cedono sul voto capitario

La pandemia abbatte un altro dei muri che fino a ieri sembravano insormontabili. Il mondo delle banche popolari cede sul principio inviolabile del voto capitario – ovvero per ogni azionista un solo voto a prescidere delle azioni possedute – e accetta l’apertura del capitale a soci esterni con la possibilità che possano assumere il controllo della governance. Una rivoluzione in arrivo, ovviamente per le banche popolari con attivi inferiori a 8 miliardi, perchè quelle sopra la soglia ormai sono diventate spa, come prevede la riforma del 2015, o sono sulla via per diventarlo, come la banca popolare di Sondrio. La novità è contenuta in un emendamento al decreto Sostegni bis approvato nei giorni scorsi dalla commissione Bilancio della Camera. Un rivoluzione messa giù con un articolo di pochi commi ma che dà l’impressione di essere condivisa e non contrastata dal mondo delle banche popolari. L’emendamento introduce un nuovo articolo al Testo unico bancario, il 150-quater e in sostanza aggiunge una modifica alle già esistenti azioni di finanziamento, ovvero titoli che possono essere sottoscritti per conferire risorse finanziarie nella banca, dunque capitale. L’innovazione introdotta dall’articolo è la possibilità che queste azioni conferiscano diritti di voto in qualche modo proporzionali al capitale sottoscritto. «Lo statuto stabilisce i diritti patrimoniali e amministrativi attribuiti ai soci finanziatori e il numero dei voti loro spettanti e ne assicura la computabilità come capitale di qualità primaria» si legge al comma 2. Il primo aspetto che discende dall’articolo è la necessità che quanto previsto dalla norma sia recepito dallo statuto e questo processo potrebbe non essere semplice se c’è resistenza da parte dei soci o del management della Popolare. Ma se le previsione viene recepita, le risorse immesse nella banca possono essere computate nel patrimonio di vigilanza e rafforzare i requisiti dell’istituto. La possibilità di attribuire diritti patrimoniali e amministrativi, quindi validi ai fini della governance della banca, è consentito dall’articolo 2526 del codice civile, richiamato dalla norma, il quale al contempo per le società cooperative fissa un limite massimo del 30% dei voti spettanti all’insieme dei soci presenti in assemblea che può essere controllato da un singolo soggetto. Anche le maggioranze in assemblea vanno, secondo l’emendamento, decise dallo statuto.

C’è poi un’ulteriore innovazione: per le banche popolari che abbiano inadeguatezza patrimoniale o siano sottoposte ad amministrazione straordinaria non vale il limite del 30%. Un nuovo azionista che metta capitale nella banca può anche assumerne il controllo tout court. La norma arriva quasi contestualmente alle affermazioni dei giorni scorsi del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sulla possibilità di crisi in piccole banche. Lo strumento previsto sembra voler favorire innesti di capitale e aggregazioni, anche perchè l’auspicato modello degli Ips, il sistema di tutela istituzionale basato su un accordo di garanzia reciproco (come quello adottato dalle Bcc del gruppo Raiffeisen) le Popolari non hanno voluto adottarlo. Non va dimenticato, poi, il polo bancario del Sud che dovrebbe costituire Mcc-Banca Popolare di Bari: tra i maggiori target nel Mezzogiorno ci sono proprio le banche popolari.

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