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Popolare Vicenza studia nuovo statuto per la Spa

Banca Popolare di Vicenza si prepara a trasformarsi in Spa e il Cda studia il nuovo statuto. Ieri il consiglio d’amministrazione, guidato da Francesco Iorio, ex Ubi Banca, nominato il primo giugno scorso alla carica di amministratore delegato al posto del dimissionario Samuele Sorato, ha individuato «gli interventi statutari obbligatori da effettuarsi prima dell’assemblea straordinaria che sarà chiamata (probabilmente non prima dell’autunno, ndr) a deliberare la trasformazione in società per azioni» della banca. «Trattandosi di adeguamenti a disposizioni normative – si legge nella nota diffusa dall’istituto vicentino -, queste modifiche saranno deliberate dal Cda non appena ottenuto il provvedimento autorizzativo da parte della Banca d’Italia». 
Inoltre, la Popolare di Vicenza ha anche effettuato la verifica del valore dell’attivo accertando il superamento della soglia degli 8 miliardi come previsto dalle disposizioni della riforma che punta a trasformare le dieci principali popolari in Spa. Iorio, che a differenza del suo predecessore ha ricevuto la delega anche per azioni straordinarie, accelera dunque sulle operazioni che hanno come obiettivo il fare chiarezza su crediti e capitale.
Nessuna novità invece sul fronte delle acquisizioni, tema spostato in avanti, così come sta facendo Veneto Banca, l’altra popolare veneta non quotata e alle prese con la trasformazione in Spa. Ieri giorno di Cda anche per l’istituto di Montebelluna, che però non ha portato nessuna novità. Veneto Banca, alle prese con la mancata vendita di Bim (che avrebbe dovuto procurare un incasso di 250 milioni, solo parzialmente compensato dalla cessione di Icbpi, da cui ha ottenuto una plusvalenza di 140 milioni) continua a mantenere aperti i quattro fronti possibili: la possibilità di aggregarsi con una banca quotata, di costituire un unico gruppo con una non quotata, l’alternativa stand alone (che implicherebbe un corposo aumento di capitale), o altre opzioni, ovvero eventuali soluzioni alternative che potrebbero comprendere matrimoni con istituti d’oltreconfine.
Entrambe le banche, poi, devono vedersela anche con le sempre più numerose proteste degli azionisti che, dopo la svalutazione delle azioni (di circa il 23% per entrambi gli istituti), si stanno interrogando su quale possa essere la linea di azione comune per tentare di limitare il danno economico, in molti casi importante.

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