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Popolare Vicenza e l’ex Pm nel board della controllata

Clienti spinti a comprare titoli della banca per ottenere fidi, titoli la cui quotazione è esageratamente stabilita a tavolino, elargizione di crediti con procedure irregolari e mancanza di sorveglianza da parte del management e degli organi di controllo. Sono queste le irregolarità che gli ispettori Banca d’Italia, gli inquirenti della Procura di Roma e la Guardia di Finanza di Venezia sospettano Veneto Banca abbia commesso. Ma non sono problematiche peculiari dell’istituto di Montebelluna. Tant’è che annunciando il decreto-legge per trasformare in Spa le dieci maggiori banche popolari, Matteo Renzi ha parlato di “togliere le banche di mano ai signorotti locali”, e il 17 febbraio, in Parlamento, il direttore generale di Palazzo Koch Salvatore Rossi ha citato “rischi di clientelismo” ed “elementi di opacità nelle relazioni tra soci e amministratori”.
Le stesse quattro suddette criticità di Veneto Banca sono state sollevate anche su Banca Popolare di Vicenza. Delle prime due il Sole 24 Ore ha già scritto (27 ottobre 2014). In questo articolo ci occuperemo delle seconde.
Cominciamo con un’osservazione: le conclusioni di Bankitalia dopo l’ispezione di Veneto Banca del 2013 – «l’attività del Consiglio di amministrazione si è caratterizzata per i forti limiti nella capacità di sorveglianza del management, l’assai modesta dialettica interna e l’inconsistente ruolo di componenti indipendenti» – ricalcano quelle che i loro colleghi avevano scritto una decina di anni prima a seguito di un’ispezione presso la Banca popolare di Vicenza. «I processi decisori del Consiglio di amministrazione non sono sufficientemente argomentati, anche quando riguardano importanti tematiche», scrissero. «Ciò consegue a un modello gestionale di tipo verticistico che ha limitato l’attività del consesso ad acritiche approvazioni delle proposte presentate. Non sufficientemente incisiva è risultata l’azione del collegio sindacale (…) soprattutto nel settore dei controlli».
Da quell’ispezione a Vicenza sono trascorsi quasi 14 anni. Ma a presiedere l’istituto è rimasta la stessa persona, l’industriale dei vini Gianni Zonin. Secondo il quale c’è poco da cambiare: «La banca ha storicamente sostenuto le famiglie e soprattutto il tessuto produttivo locale… e ora pare quasi che seguire troppo le aziende per accompagnarle nei momenti difficili, anziché un’avventura, sia diventato un peccato». E se è cosi, ha provocatoriamente aggiunto Zonin, «vogliamo continuare a peccare».
Ma chi ha ragione? Renzi, che vede quelle banche troppo legate ai «signorotti locali», o Zonin, che le ritiene piuttosto bastione del tessuto socioproduttivo locale?
Un recente sviluppo riguardante una controllata del gruppo Bpvi, di cui ha scritto lunedì l’Espresso, potrebbe aiutare a rispondere a questo quesito. Ci riferiamo alla nomina a consigliere di amministrazione di una controllata della Bpvi di Antonio Fojadelli, che in veste di procuratore della repubblica aveva indagato proprio su Zonin. Per valutarne il significato occorre fare un passo indietro nel tempo, e ricostruire i fatti accertati nel corso del procedimento penale in questione che, occorre ricordare, si è concluso dopo molti anni con il pieno proscioglimento di Zonin. Il Sole 24 Ore avrebbe voluto raccogliere anche la sua testimonianza ma il portavoce del presidente di Bpvi ci ha fatto sapere che «sono fatti di 15 anni fa, per i quali è stato completamente e definitivamente scagionato con la formula “il fatto non sussiste” e non si ravvede l’attualità della notizia salvo voler dare luogo a una gogna mediatica».
Si tratta di due operazioni fatte nel biennio 1998/99 dalla Popolare di Vicenza a beneficio di una famiglia e di un gruppo industriale del «tessuto produttivo locale»: la famiglia e il gruppo Zonin.
Il primo episodio consisteva nell’acquisto dalla Banca nazionale del lavoro e la successiva locazione alla Banca popolare di Vicenza di un prestigioso immobile a Venezia da parte di Silvano Zonin, fratello del presidente di Bpvi. Per ricostruirlo nel modo più oggettivo possibile, Il Sole 24 Ore si è servito delle testimonianze di Silvano Zonin, del suo commercialista Paolo Zanconato, dell’allora direttore generale della Bpvi Giuseppe Grassano e del consulente tecnico del Tribunale Marco Villani. Iniziamo con la ricostruzione di Zonin: «Ricevetti da mio fratello la segnalazione dell’immobile di Calle Goldoni (…) allora incaricai il dott. Zanconato di seguirmi nelle operazioni per giungere all’acquisto». Lo stesso commercialista si occupò poi della locazione alla Bpvi: «Incaricai il dott. Zanconato di definire il (…) canone».
Tutto relativamente lineare. Ma per inquadrare meglio l’operazione occorrono i dettagli forniti dalle altre testimonianze e dalla perizia di Villani, in buona parte ripresi nella stessa sentenza di proscioglimento. Da questi emergono varie circostanze di rilievo. Primo: in quel momento Zonin, oltre a essere presidente di Bpvi, era anche vicepresidente di Bnl. Secondo: Gianni Zonin si avvalse della collaborazione di funzionari della banca per un’operazione d’acquisto che interessava una fiduciaria di suo fratello. A dichiararlo è Grassano: «Il presidente (…) mi chiese di prendere contatto con i funzionari di Bnl (…) Preciso che quell’incarico non era per un acquisto nell’interesse della banca, che non ricercava la proprietà di un immobile». Terzo: secondo la testimonianza di Grassano il prezzo fu definito da Zonin direttamente con Davide Croff, allora amministratore delegato di Bnl, e secondo la perizia di Villani l’offerta d’acquisto fatta dal veicolo societario usato da Silvano Zonin venne accettata dal Comitato esecutivo di Bnl «in via d’urgenza, in quanto la società acquirente aveva condizionato al 5 settembre 1999 la scadenza della proposta d’acquisto e la riunione più vicina del Cda sarebbe avvenuta solo cinque giorno dopo». Quarto: la perizia attesta che, prima di essere acquisita da una fiduciaria di Silvano Zonin, la società acquirente, Querciola Srl, apparteneva alla Nord Est Merchant, la banca d’affari della Bpvi di cui Paolo Zanconato, il commercialista che ha gestito l’operazione, era sindaco.
Quinto: come scrive Villani «nel Cda della Bpvi nel quale si è deciso di affittare dalla Querciola l’immobile di Venezia non è stato menzionato il nome della società e il presidente Zonin non ha ritenuto opportuno informare i membri del Cda dell’eventuale potenziale obbligazione indiretta». Sesto e ultimo punto: secondo la perizia di Villani, «l’affitto di 258 milioni di lire, il 43% in più rispetto alla stima del geometra di Banca Intesa e pari a un rendimento dell’investimento superiore al 10%, è stato giudicato congruo dai tecnici della Bpvi con la giustificazione del non aver dovuto pagare alcuna buonentrata. È tuttavia da considerare che sono stati sostenuti altri tipi di costi: nelle proiezioni finali dei costi fissi di ristrutturazione fatte si arriva a 972 milioni, quasi tre volte i 350 milioni preventivati nella proposta al Cda (…) E dal momento in cui decorre il contratto d’affitto e il momento in cui la filiale è divenuta operativa sono stati pagati affitti a vuoto per 319 milioni. Sommando questi due valori si arriva a un ammontare complessivo di costi suppletivi pari a 1.291 milioni che, corrispondono a metà del prezzo pagato dalla Querciola per l’acquisto dell’immobile».
Veniamo al secondo episodio, un finanziamento di 16 miliardi a favore di Acta, una società del gruppo vinicolo Zonin. Anche per questo ricorreremo alla ricostruzione del Tribunale: «La genesi si evince dalla deposizione del Penzo, funzionario della Bpvi all’epoca dei fatti. Questi ha riferito al pm che il presidente Zonin, che dell’Acta era maggiore azionista, aveva chiesto a lui e al direttore Santelli di ottenere a favore dell’Acta un cospicuo prestito al fine di acquistare dei terreni agricoli in Friuli. Per evitare problematiche connesse col conflitto di interessi, Penzo aveva consigliato di rivolgersi al Medio Credito Trentino, vantando conoscenze. Libero e ampio il mandato ricevuto allora da Zonin: ‘Fate quello che volete, purché sia vantaggioso’. Proseguiva Penzo: ‘Contattai il direttore generale del Mediocredito. Al fine di garantire la convenienza dell’operazione, si convenne di curare la collocazione dell’emissione di un prestito obbligazionario del Mediocredito tale da poter garantire un favorevole tasso di finanziamento all’Acta i titoli dovevano essere collocati presso la clientela, altrimenti tanto valeva che il finanziamento fosse fatto direttamente dalla Popolare e non per il tramite del Mediocredito’. Fu direttamente la Bpvi a presentare al Mediocredito Acta, che ottenne il finanziamento per 16 miliardi di lire. La Bpvi acquistò un pari importo di obbligazioni emesse dall’Istituto trentino. Dall’esame della relazione del dott. Villani si evince la sussistenza di una probabile correlazione tra la raccolta e il finanziamento, nel senso che contestualmente all’erogazione del finanziamento (per l’esattezza, 4 giorni dopo) la banca aveva acquistato un pacchetto composto da tre diverse obbligazioni emesse dal Mct. Si tratta di obbligazioni acquistate, secondo il consulente, a prezzo non conveniente per la banca. Ma tale raccolta vantaggiosa per Mct, aveva consentito l’erogazione di un prestito vantaggioso all’Acta. Oltre a ciò tutta la gestione del detto pacchetto, compresa la successiva rivendita, fu effettuata secondo canoni non economici per la banca, con una perdita di almeno 116 milioni di lire solo nell’operazione di rivendita di una tranche. II consulente tecnico ha sottolineato che l’operazione era stata definita dallo stesso Santelli ‘un errore madornale’ perché effettuata in modo antieconomico. II dott. Villani si è, poi, dilungato sulle molteplici irregolarità formali della pratica, prima tra tutte la mancanza di una linea di credito e l’assenza di controlli, oltre alla mancanza della dovuta trasparenza dell’operazione».
Sui dati di fatto, sanciti dalla consulenza tecnica, la Procura di Vicenza, all’epoca retta dal procuratore Fojadelli avrebbe potuto chiedere il rinvio giudizio degli indagati. Invece ritenne di chiedere l’archiviazione del procedimento. La richiesta fu respinta dal Gip, secondo la quale, «le indagini dimostrano fatti e comportamenti molto gravi. Da esse emerge, infatti, una continua commistione tra interessi istituzionali della Bpvi e interessi personali o societari del tutto estranei».
Il Gup, cui la richiesta «coattiva» di rinvio a giudizio fu sottoposta, optò comunque per il proscioglimento.
A riguardo della vicenda Querciola, scrisse che «gli elementi di fatto acquisiti – (…) la gestione dell’intero affare da parte dell’imputato, che si è attivato dapprima presso la Bnl (di cui faceva parte) per ottenere la vendita dell’immobile veneziano alla società del fratello e successivamente in Bpvi, per far aprire una nuova filiale proprio in quell’immobile (…) – non sono univoci, da soli, per poter dire che Zonin era il proprietario, aveva ‘preminenti interessi’ nella società».
A proposito della vicenda Acta, dopo aver riconosciuto la validità della perizia di Villani, «al quale va prestata massima fede per la completezza dell’esame e per la peculiare professionalità», il Gup riuscì nella stessa sentenza prima a sostenere che da quella perizia «emerge con sufficiente chiarezza che l’acquisto antieconomico e formalmente scorretto delle obbligazioni del Mct da parte della Bpvi è avvenuto allo scopo di consentire al Mct di erogare un prestito estremamente vantaggioso all’Acta di Zonin». Ma poi a concludere: «Va esaminato alla luce di quanto sopra detto, se tale operazione possa essere ritenuta quale negozio collegato col mutuo concesso dal Mct all’Acta (…) Ritiene il giudice che, pur in presenza di dati di fatto sicuramente pregnanti sotto il profilo economico, ciò non sia emerso con chiarezza».
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti di Vicenza. E di quel procuratore, i cui sostituti avevano ritenuto con successo che quei procedimenti dovessero essere archiviati e andato in pensione nel 2011, i più giovani non si ricordano più. Il gruppo Bpvi ha invece pensato a lui il 3 aprile scorso, quando è stato nominato consigliere d’amministrazione di Nem Sgr, la società di gestione del risparmio nata da una costola dei Nord Est Merchant Spa. La ricordate? Era la società che aveva venduto Querciola a Silvano Zonin.

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