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Popolare Sondrio, l’addio a Melazzini

«Abbiamo dato e ricevuto fiducia, valore fondante del nostro lavoro». Piero Melazzini, scomparso ieri a 85 anni, nella lunga carriera interna da operativo e poi da presidente della Banca Popolare di Sondrio ha sempre mantenuto quel tratto personale che potrebbe apparire “antico” nell’attività di banca commerciale degli anni Duemila. Per caratteristiche umane e cultura ha sempre privilegiato i rapporti diretti fra le persone (soci, clienti, banchieri, autorità spesso ospiti negli incontri pubblici del venerdì a Sondrio) che sono ancora – o dovrebbero essere – punto di forza delle banche di territorio.
Interpretata nella versione alta e slegata dagli interessi particolari, una leadership così prolungata non esclude in sè lo sviluppo di un gruppo agile, efficiente, quotato, in linea con le migliori pratiche del mercato. Rivolto al futuro.
La Sondrio, dal 2014 presieduta da Francesco Venosta, si presenta alla fine del 2015 con 330 sportelli, una controllata rilevante Bps Suisse, presenze in diversi business e buone prospettive reddituali. Nei primi nove mesi il risultato di 134 milioni, pur risentendo dell’erosione del margine di interesse e degli appostamenti per sofferenze in crescita, migliora del 42% il confronto omogeneo con il 2014.
Ancora più importanti sono i coefficienti patrimoniali a posto (oltre il 10% portati all’esame della Bce) e un cost/income del 40% circa. La gestione è affidata a Mario Alberto Pedranzini.
Una banca molto autonoma per scelta, in un territorio originario che ha prodotto un’altra popolare quotata (il Credito Valtellinese); cresciuta per linee interne privilegiando l’assunzioni di giovani della valle. Non per isolamento aristocratico o “montanaro”, anzi in piena collaborazione associativa.
Il presidente dell’Abi , Antonio Patuelli, ricorda a nome dei colleghi «la particolare autorevolezza, le competenze professionali, le sensibilità culturali e gli alti valori etici del banchiere che ha saputo brillantemente interpretare i principi della cooperazione nel mondo del credito».
Sicuramente merito della cortese fermezza di Melazzini è stata l’espansione graduale, senza rincorrere i gigantismi di moda. Ha lasciato ad altri sportelli costosissimi e spesso non redditizi.
Negli anni ha rinunciato a varie ipotesi di aggregazione, ai pressanti inviti a intervenire in qualche banca a in grave difficoltà o alle onerose operazioni di “politica bancaria” così frequenti in Italia e all’estero.
Non è stata certamente – e non lo è anche ora – una popolare alla ricerca affannosa di investitori istituzionali . La quotazione al listino principale è arrivata dopo anni di mercato Ristretto. Gli aumenti di capitale, pochi e in genere misti (gratuiti e a pagamento) sono stati portati a termine senza problemi grazie a una distribuzione continuativa di dividendi e alla grande fiducia nella banca, attiva dal 1871.
Ai tanti soci e amici, quindi ben oltre i confini della Valtellina, Melazzini ha parlato in assemblea e scritto, almeno due volte l’anno, a fine esercizio e subito dopo la chiusura del semestre.
A luglio, da presidente onorario, ricordava che «oltre 185mila soci sono una concreta dimostrazione di fiducia, che appaga e incoraggia. Il provvedimento legislativo, la trasformazione in Spa delle popolari con attivi superiori a otto miliardi, ha riguardato dieci istituzioni creditizie, tra cui la nostra. La Sondrio – scriveva – indipendentemente dalla nuova forma giuridica a cui dovrà conformarsi (a meno di novità per ora non alle viste), prosegue a operare, come da consuetudine, a beneficio dei territori dov’è insediata, in attuazione dei principi, sempre attuali, propugnati da Luigi Luzzatti».

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