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Popolare Bari, quei 300 milioni di crediti persi e mai rivelati

BARI — Nella storia, appena cominciata, della caduta degli dei di Banca popolare di Bari ci sono tre aspetti ancora tutti da raccontare. E un numero, 300 milioni di euro, spicciolo in meno, spicciolo in più, del quale si parlerà per molto tempo in futuro. Gli aspetti sono quelli che hanno già provocato il crollo degli istituti di credito in Italia: operazioni “baciate”, affidamenti generosi e prezzo delle azioni completamente fuori mercato. Il numero è invece la somma che la banca sicuramente sapeva di non poter più riavere – perché crediti ormai deteriorati – e che invece continuava a portare a bilancio nella speranza d salvarsi.
Le operazioni “baciate”
Dopo l’acquisizione dell’abruzzese Tercas, Popolare di Bari ha fatto ricorso a un massiccio aumento di capitale. Molte delle azioni messe sul mercato sono state comprate da azionisti in buona fede. In molti casi – questo per lo meno è il sospetto della procura di Bari che su Popolare ha in piedi un’indagine ampia e delicata – non sufficientemente informati del rischio al quale si stavano sottoponendo. In altre situazioni, però, ad acquistare le azioni sono stati imprenditori esposti in maniera importante con l’istituto di credito. Ai quali veniva chiesto (o imposto) di impegnare parte del credito ricevuto in azioni della banca. Da una stima effettuata dagli organi di vigilanza, si tratta di circa 50 milioni di euro di titoli che sono stati pagati con fondi propri della banca. E, dunque, fittiziamente messi sul mercato.
Il prezzo delle azioni e i risparmiatori fortunati
La Corte di appello di Bari, con tre sentenze, ha recentemente messo nero su bianco che l’allora consiglio di amministrazione della Banca non abbia considerato «il rischio di mercato» e abbia dato un prezzo, prima, e poi un livello di rischio, alle azioni emesse diverso rispetto a quello corretto. E questo nonostante report li invitavano a muoversi direttamente. Per questo, la Corte d’Appello ha confermato le sanzioni inflitte dalla Consob agli allora amministratori. Ma c’è dell’altro. Perché il tribunale di Bari ha messo nero su bianco anche un’altra verità. E cioè che alcuni azionisti sono stati preferiti ad altri quando è stato possibile vendere azioni comprate a più di 7 euro e che ora, invece, sono poco più che carta straccia. «La disciplina interna alla banca scrivono i giudici – non prevedeva un’adeguata formalizzazione della data e della provenienza degli ordini ». «Tra 95 rapporti analizzati, in ben 12 (il 12,6% del campione) gli ordini erano stati emessi tardivamente ». Insomma «la procedura non garantiva l’oggettivo rispetto della priorità temporale degli ordini di vendita».
Gli amici della banca
Ma chi ha goduto di queste “distrazioni”? Secondo la Procura uno degli avvantaggiati dall’ordine di vendita è stata la società del presidente pugliese di Confindustria, Domenico de Bartolomeo. Che però invece i giudici civili ritengono sia stata danneggiata: aveva chiesto di vendere azioni per quattro milioni di euro, per coprire un finanziamento, ma la richiesta aveva avuto esecuzione soltanto otto mesi dopo. D’altronde di grandi “esposti” con azioni in pancia, in Popolare di Bari ce n’erano tanti: alcune società del costruttore Parnasi, o l’imprenditore del mobile Piergiorgio Cattelan, il cui nome, proprio per le operazioni “baciate”, torna anche nella storia delle banche venete. Ci sono poi gli affari finiti male. La storia del gruppo Fusillo è emblematica: nonostante un buco da più di 100 milioni, e i libri in tribunale nella speranza di un concordato preventivo, la Popolare (e per questo ora sono indagati in tre, tra cui Gianluca Jacobini e l’ex direttore generale Giorgio Papa) provò a concedere un altro finanziamento da 40 milioni agli imprenditori pugliesi. Difficile anche la posizione di Popolare nella vicenda Gazzetta del Mezzogiorno, il giornale della città. La banca ha in pegno le azioni per 37,7 milioni ma la società che controlla il giornale la Edisud – è in concordato. Per la Popolare non è stato lungimirante nemmeno aiutare l’ex presidente del Bari, Cosimo Giancaspro: squadra fallita e lui arrestato per bancarotta.
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