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PopMilano in trincea contro Arpe

di Massimo Mucchetti

Chi ha paura di Matteo Arpe? E perché? Sono domande d'obbligo di fronte alla renitenza di Bpm, la Banca popolare di Milano, ad andare a vedere il gioco dell'ex enfant prodige di Mediobanca. E suscitano imbarazzo ove si consideri che una crisi del sesto gruppo bancario italiano avrebbe riflessi negativi anche sulla generale reputazione finanziaria del Paese in un periodo già di per sé terribile. Ma c'è un'ulteriore domanda: chi potrebbe essere un altro cavaliere bianco?
L'offerta di Arpe, qual è stata ricostruita dal Corriere, è chiara. Bpm deve fare presto un aumento di capitale di 1,2 miliardi. A esigerlo sono i conti e la Banca d'Italia. Ma già in Bpm si teme che buona parte dell'emissione non venga coperta dai soci e dunque resti al consorzio di garanzia, guidato da Mediobanca. Lo conferma il fatto che mercoledì 7 settembre, sebbene senza fortuna, il presidente Massimo Ponzellini e il direttore generale Enzo Chiesa abbiano prospettato alla Banca d'Italia un rinvio dell'esecuzione e una riduzione della somma.
Pronta cassa
Trovare un signore come Arpe che, in un tale contesto, è pronto a investire 200 milioni, senza approfittare dell'inoptato ma comprando subito, dunque a prezzo più alto, e poi sottoscrivendo la sua quota dell'aumento, non è cosa da poco. Tanto più se questo signore non contesta la natura cooperativa della banca e accetta di avere dunque un solo voto. In cambio e a garanzia di non gettare al vento i quattrini affidandoli a chi non ha saputo evitare il disastro, Arpe vuole poter gestire personalmente la banca. Ritiene di aver realizzato il più clamoroso rilancio bancario degli ultimi tempi, prendendo la Banca di Roma a 80 centesimi per azione e portandola, con il nome di Capitalia, a oltre 8 euro senza mai uno scontro con i sindacati. Anzi essendone alla fine difeso quando il presidente Cesare Geronzi ne pretese la testa.
Proposta duale
Il ricorso alla governance dualistica, con un consiglio di sorveglianza composto dai rappresentanti dei soci, e uno di gestione formato dal management potrebbe garantire un buon contesto nel caso i poteri del management siano forti e definiti con chiarezza. Ma il passaggio ha difficoltà oggettive. Se il patrimonio netto contabile del gruppo Bpm è di 3,9 miliardi, quello depurato degli avviamenti e dei Tremonti bond e aumentato dal prestito obbligazionario convertendo è di 2,9 miliardi.
Ma in Borsa Bpm è scesa sotto i 600 milioni di capitalizzazione. Non che le altre grandi banche stiano bene, ma nessuna ha un rapporto tra capitalizzazione e patrimonio netto così basso: il 14% nel giorno del fatale incontro con la Banca d'Italia. Dopo le rettifiche imposte dalla Vigilanza, il core tier 1, e cioè il capitale proprio con cui fronteggiare le perdite, è sceso dal 7% degli attivi ponderati per il rischio al 5,7%. Un anno fa Bpm non era debitrice netta delle altre banche. Adesso lo è per 4,3 miliardi, impiegati specialmente in obbligazioni a rischio di minusvalenza come è un po' per tutti. A preoccupare specialmente è il basso grado di copertura dei crediti deteriorati: il 24% contro il 44% di Unicredit e il 41% di Intesa Sanpaolo.
L'aumento di capitale aiuterebbe a svalutare gli attivi che tali non sono più e a ripartire su basi più solide. Il problema è dunque la guida.
Mesi caldi
Chi oggi comanda non gradisce abdicare. Ma il consiglio presieduto da Ponzellini scade la prossima primavera. Il vertice dell'Associazione degli amici della Bpm, presieduto da Alessandro Dell'Asta, esponente del sindacato bancario autonomo Fabi, chiude il mandato adesso, a fine ottobre. Ed è questa associazione a presentare la lista di maggioranza, che raccoglie i consensi dei dipendenti soci. Il tempo stringe. Ma chi può prendere impegni con Arpe? Solo i sindacati, che rappresentano la continuità dell'azionariato di riferimento. Per i sindacati, l'alternativa è tra cedere influenza ma salvare la popolare, facendo l'accordo con Arpe, e giocarsi il tutto per tutto con questo management rischiando, in caso di insuccesso, anni di stagnazione del titolo, perché le banche del consorzio venderebbero le azioni rimaste loro sul groppone ogni volta che le quotazioni accennassero a risalire, oppure prendere atto che una popolare con sei soci molto pesanti non sarebbe più tale.
Opzioni francesi
A un esito del genere, peraltro, Bpm andò vicina sotto la presidenza di Roberto Mazzotta. Nel 2006-2007, quando la Banca d'Italia suggeriva una riforma delle Popolari che ne avrebbe reso più facile la trasformazione in spa, Bpm trattò la fusione per incorporazione in Mediobanca e il successivo scorporo delle sue attività commerciali in una banca controllata. Il sindacato di piazzetta Cuccia sarebbe stato diluito, il management rafforzato e la presidenza sarebbe andata a Mazzotta. Oggi Mazzotta smentisce quella vecchia storia, che non andò in porto perché la riforma delle Popolari fu bocciata, anche per le riserve di spa come Intesa. Tornerà attuale nel caso Mediobanca si trovasse piena di azioni Bpm inoptate? Da Piazzetta Cuccia si osserva che dopo quei contatti Mediobanca ha lanciato Che Banca! scegliendo la strada della raccolta on line e non più quella classica in stile Bpm. È dunque possibile che il cavaliere bianco possa essere il francese Credit Mutuelle, che ha già il 5%. E sarebbe la fine della cooperativa milanese.
Se invece Bpm aprirà le porte ad Arpe e tutto andasse bene, la sua Sator accumulerebbe una liquidità assai superiore ai 400 milioni di oggi e potrebbe contare non solo sulla Banca Profilo ma sul sesto gruppo bancario del Paese. E una tale forza in mano a un banchiere ancora giovane, che ha lasciato senza danni due centri di potere come Mediobanca e Capitalia, sconvolgerebbe gli equilibri della finanza italiana.

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