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PopBari, sì al salvataggio ma nel governo è scontro

ROMA — Banca popolare di Bari è salva. Tirata fuori dalle secche grazie a un decreto varato nottetempo in un consiglio dei ministri rovente. Lo Stato finanzia con novecento milioni Invitalia per il 2020, che a sua volta utilizzerà Mediocredito centrale per entrare in istituti creditizi, a partire da quello del capoluogo barese. Questo è l’unico punto fermo di una maggioranza altrimenti spaccata. Che litiga a Palazzo Chigi. E che combatte anche attorno alla linea da tenere su Bankitalia. Perché Luigi Di Maio e Matteo Renzi, divisi su banca Etruria e la possibilità di dare vita a una banca del Mezzogiorno, sono uniti almeno su una cosa: attaccare Ignazio Visco. Facendo infuriare il Pd.
È una notte di coltelli, quella nella sede del governo. Arriva dopo 72 di sgambetti. I renziani sono ostili al progetto sventolato da Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, vale a dire quello di creare una Banca d’investimenti del Mezzogiorno. Il testo del provvedimento è sufficientemente scarno e generico per significare tutto e il suo contrario, ma tanto basta a farli infuriare. «Banca d’investimenti? E chi è arrivato, Gordon Gekko? », ironizza Luigi Marattin prendendo in prestito il personaggio interpretato da Michael Douglas in “Wall Street”. Per i renziani, è in atto una gigantesca operazione commerciale necessaria ai grillini per nascondere il fatto che si sta legittimamente spendendo denaro pubblico per mettere in sicurezza una banca. Nel salone del consiglio dei ministri il risentimento è l’unico stato d’animo che mette tutti d’accordo. La ministra di Italia viva, Teresa Bellanova attacca il Movimento: «Perché non dite con chiarezza che stiamo semplicemente salvando una banca? Scriviamo “salvataggio”, non rilancio. Anche perché parliamo di una semplice banca commerciale, non di una “banca d’investimenti per il Sud”. Che, tra l’altro, è contraria alle regole Ue». Si lotta sul titolo del decreto, insomma. E la battaglia va avanti a lungo, fino a tarda sera. Di più: gli uomini di Renzi vogliono anche subordinare l’ingresso dello Stato nel capitale al passaggio dell’istituto da banca popolare a società per azioni, in modo da rendere l’istituto contendibile quando e se lo Stato uscirà dal capitale.
Non succederà mai, secondo Di Maio. Il grillino ha dettato le condizioni per far digerire al Movimento il salvataggio. «La banca va nazionalizzata. Ce la prendiamo e cominciamo a prestare i soldi alle imprese oneste». Poi interviene il ministro dem pugliese Francesco Boccia. E chiede un’assunzione di responsabilità: «Dobbiamo smetterla con i distinguo, la fiducia dei risparmiatori è il patrimonio più importante. E questa operazione può servire a tutto il sistema del credito del Sud attraverso il rilancio della popolare di Bari». Litigano su tutto, renziani e grillini nel consiglio. I primi a provocare gli alleati, «ditelo che state salvando una banca, che male c’è?», i secondi a rilanciare le parole di Di Maio: «Noi non faremo perdere soldi ai risparmiatori, come accaduto con Banca Etruria». Il leader dei 5S si spinge anche oltre. Chiede di vagliare in consiglio «nomi e cognomi di chi ha preso i soldi e non li ha restituiti ». Vuole pubblicare un elenco da dare in pasto all’opinione pubblica. E pretende anche di scrivere ai commissari di Bankitalia, per fissare i paletti del governo. «Vogliamo conoscere i verbali delle ispezioni fatte da chi doveva controllare: sono stati omessi controlli?». In questa sfida a Palazzo Koch potrebbe trovare il sostegno di Renzi, che già oggi intervenendo in Senato lancerà qualche bordata.
Ma non è finita qui. Perché i 5stelle pensano di rilanciare anche l’idea di riformare Bankitalia. E infatti Matteo Salvini prova a incunearsi: «Spero che il Parlamento approvi subito la proposta di legge della Lega e del M5S». Il Pd, naturalmente, non ci sta. E Conte invita alla cautela. Ma di cautela se ne scorge poca, anche sulla vicenda della commissione d’inchiesta sulle banche. Con la Lega che promette il voto anche per la Presidenza di Elio Lannutti, purché si parta. E il resto della maggioranza a reclamare «un nome accettabile». Il decreto, almeno quello, viene comunque approvato. Ed è l’unica cosa che conta, nella notte di Palazzo Chigi. Anche perché, come ricorda Conte durante la riunione, «è chiaro che nessuno intende assumersi la responsabilità di far saltare domattina l’intero sistema creditizio».
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