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PopBari, il Riesame rincara la dose contro gli Jacobini

Con un piano industriale da 1,4 miliardi dalla Popolare Bari si annuncia il ritorno all’utile nel 2022. Almeno stando a quanto sostengono i commissari del principale istituto del Mezzogiorno, travolto da un disastro finanziario da «900 milioni sottratti a investimenti», come ipotizzano i pm di Bari che ieri hanno incassato un provvedimento del Tribunale del Riesame che ha confermato l’accusa sull’ex patron dell’istituto Marco Jacobini e sul figlio Gianluca.

Di fatto il collegio giudicante già il 20 febbraio scorso ha deciso di lasciare agli arresti domiciliari i due, con l’ipotesi di falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza di Bankitalia. Ora, però, le motivazioni chiariscono che il presunto «modus operandi» di Marco Jacobini potrebbe infiltrare anche nell’attualità l’istituto. Un rischio la revoca della misura cautelare. Soprattutto in un momento così delicato per l’istituto.

Intanto i commissari Antonio Blandini ed Enrico Ajello hanno messo a punto il piano industriale, con la collaborazione del consulente Oliver Wyman, nei tempi previsti dall’accordo quadro con Mediocredito Centrale e Fitd. La ricapitalizzazione prevede un esborso del Fitd per 700 milioni, di cui 310 milioni già versati. Mediocredito Centrale – controllato da Invitalia – dovrà sborsare gli altri 700 milioni, ma solo a valle della trasformazione in Spa della banca, dell’approvazione del nuovo statuto e della valutazione positiva delle Autorità, tra le quali la DgComp della Commissione europea che interviene considerato l’impiego di risorse pubbliche. L’assemblea della banca per la trasformazione in Spa e la ricapitalizzazione, secondo il crono programma indicato da Domenico Arcuri (Invitalia) a inizio gennaio, dovrebbe svolgersi entro giugno mentre l’avvio dell’operatività della banca sotto le insegne di Mcc è previsto a settembre o al più tardi entro la fine dell’anno. Per questo, secondo i pm e il Riesame, è necessario preservare l’istituto da possibili «infiltrazioni». D’altronde il collegio di giudici scrive che è «assai ragionevole ritenere che» Marco e Gianluca Jacobini «possano esercitare con probabilità prossima alla certezza un condizionamento sui responsabili della filiera del credito aziendali», in quanto avrebbero ideato all’interno della banca «una organizzazione di mezzi e di persone la cui rete è a tutt’oggi ancora in essere».

Il timore che Marco Jacobini possa continuare la sua influenza, come spiegano i pm, emerge anche da come ha gestito le sue dimissioni nella primavera del 2019. Il 10 maggio invia una email «riservata» a Carmelo Barbagallo, ex capo dipartimento della Vigilanza di Bankitalia, «con cui informa di aver convocato il Cda nel quale avrebbe formalizzato le sue dimissioni da presidente e membro del Cda della Banca». Una scelta in linea con le richieste della stessa Banca d’Italia. Eppure – ritiene il Riesame – «una volta rassegnate le dimissioni dalla carica di presidente del Cda, l’istituto di credito ha avuto un nuovo presidente nella persona di Gianvito Giannelli (non indagato, ndr)», «evidentemente da utilizzare (unitamente ai soggetti a lui fedeli) per riprendere o meglio per proseguire il controllo della banca».

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