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PopBari, offensiva Bankitalia: «Nessun diktat su Tercas»

Nel 2016, due anni dopo il via libera all’acquisizione della banca Tercas, la Popolare di Bari aveva tassi di copertura sui crediti deteriorati superiori a quelli del sistema (48,8% contro il 46,8%) e al termine dell’ispezione di Bankitalia emerse l’esigenza di rettifiche aggiuntive per 38 milioni e non un “buco” da 1,6 miliardi. Inoltre l’acquisizione del gruppo bancario di Teramo non venne imposta da Via Nazionale. E anche sulla nomina degli amministratori (in particolare del consigliere delegato Vincenzo De Bustis) Bankitalia non potè esercitare un potere di veto perché la legge non glielo permetteva.

A un mese dal varo del decreto legge per il salvataggio di BPB continua l’offensiva comunicativa della Banca d’Italia che, ieri, ha pubblicato sul suo sito un nuovo documento di tredici “domande e risposte” sul ruolo svolto dalla Vigilanza. La mossa arriva dopo un prima pubblicazione simile uscita poche ore dopo il varo del decreto, la lunga intervista del governatore, Ignazio Visco, sul Corriere della Sera del 23 dicembre e l’audizione di giovedì scorso della vicedirettrice generale, Alessandra Perrazzelli. Le risposte sono (anche) indirettamente rivolte a diversi siti e blog che, ancora in questi giorni, reiterano narrazioni giudicate non corrette sulla crisi barese.

L’acquisizione di Tercas

Le banche – spiega Via Nazionale – sono imprese e come tali sono trattate dalla Vigilanza, nel pieno rispetto della loro autonomia. Nel caso in questione venne considerata la manifestazione di interesse dei vertici della BPB, che poi decisero di realizzare l’operazione in base a una autonoma valutazione, «negoziando e ottenendo dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) il contributo ritenuto necessario per l’acquisizione». Quest’ultimo, inizialmente stimato in 280 milioni, venne successivamente portato a 330 milioni. Bankitalia su questa operazione è intervenuta solo con un’iniezione di liquidità di 480 milioni, poi rimborsata

Le coperture degli Npl

Due anni dopo l’acquisizione BPB non aveva un “buco” da 1,6 miliardi in bilancio ma vantava invece coperture pressoché in linea con il mercato. Il cosiddetto “buco”, rappresentava per la quasi totalità «rettifiche su crediti già spesate in anni precedenti». Furono anche individuate – si legge nel documento – sofferenze e inadempienze probabili aggiuntive rispetto al dato delle segnalazioni di vigilanza per 27 e 170 milioni; anch’esse furono integralmente recepite dalla banca e le relative posizioni furono correttamente contabilizzate. Nel complesso, le rettifiche aggiuntive individuate dall’ispezione ammontarono a 38 milioni (corrispondenti all’epoca a circa 40 punti base in termini di CET1 ratio), che vennero integralmente recepite dalla banca nel bilancio per il 2016». Dopo quel periodo in avanti la situazione si aggrava molto, come certificato da Price Waterhouse Coopers (PWC).

Ristoro degli azionisti

Si potranno rimborsare gli azionisti colpiti? Alla domanda Bankitalia risponde che si dovrà sicuramente tener conto dei casi di collocamento scorretto segnalati nel 2016 a Consob. A decidere dovranno essere i commissari straordinari. Ma gli effetti di queste misure sul fabbisogno patrimoniale stimato, aggiunge Bankitalia, «dipenderebbero dalle modalità individuate: il pagamento in contanti aumenterebbe le esigenze patrimoniali della banca, mentre il pagamento tramite strumenti patrimoniali computabili nei fondi propri (es. azioni) resterebbe sostanzialmente neutrale ai fini prudenziali».

Il “nodo” De Bustis

Sul rientro di Vincenzo De Bustis in BPB, altro tema ricorrente, Bankitalia scende nei dettagli a conferma che il “nodo” è delicato. «La scelta dei componenti degli organi sociali è di esclusiva responsabilità dell’azienda» si spiega, aggiungendo poi che le verifiche sui requisiti di adeguatezza sono svolte nei limiti di legge e che il nuovo regime europeo – che concede discrezionalità alle autorità di Vigilanza – è stato recepito «ma entrerà in vigore solo dopo l’emanazione delle norme attuative» da parte del Mef.

La mancata rimozione

Bankitalia non ha utilizzato il potere di rimuovere i vertici (facoltà introdotta nel 2015) poichè mancavano evidenze oggettive idonee a provare che la permanenza in carica dell’esponente sarebbe stata di pregiudizio per la sana e prudente gestione della banca. Nell’aprile 2019 – si ricorda – i profili di governance si sono aggravati per lo scontro tra il presidente Jacobini e l’ad De Bustis, nonostante lui stesso lo aveva richiamato contro il parere della Vigilanza. «Sono restati inascoltati i ripetuti inviti a preservare la coesione interna in una fase particolarmente delicata per la banca».

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