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PopBari: 500 milioni, soci a rischio azzeramento

Dopo Genova, si apre il fronte banche anche in Puglia. La Popolare di Bari — l’unico istituto, insieme con la PopSondrio, che ha resistito al decreto Renzi che ne imponeva la trasformazione in società per azioni — si prepara a un doppio passaggio cruciale: un aumento di capitale da 300 milioni, con anche l’emissione di un bond subordinato da circa 200 milioni, e appunto la trasformazione in spa.

Ma c’è una particolarità: le azioni non dovrebbero venire offerte agli attuali soci, dunque i 69 mila azionisti vedranno diluito, se non di fatto azzerato, il valore delle proprie azioni. Titoli che peraltro erano già stati svalutati dal massimo di 9 euro a 2,38 euro (valevano 7,50 euro nell’aprile del 2016) e che non sono vendibili sulla piattaforma Hi-Mtf per mancanza di acquirenti. Senza considerare la possibilità che vengano convertite anche le attuali obbligazioni subordinate in mano, anch’esse, alla clientela retail.

La banca presieduta da Marco Jacobini ieri non ha confermato le indiscrezioni, rinviando a un consiglio «convocato a fine mese» (dovrebbe essere il 23 gennaio) che «esaminerà e delibererà in merito al nuovo piano industriale e al conseguente piano di rafforzamento patrimoniale». Fonti vicine all’istituto hanno confermato trasformazione in spa e aumento, offerto solo a investitori istituzionali (banche o fondi).

Nonostante il governo abbia rinviato di un anno, a dicembre 2019, il termine per la trasformazione in spa dopo che il Consiglio di Stato ha rinviato alla Corte di Giustizia Ue il giudizio su alcune parti del decreto Renzi, in particolare sul diritto di recesso, PopBari deve accelerare nel risanamento chiesto dalla Banca d’Italia. Come amministratore delegato è stato chiamato Vincenzo De Bustis, che è già stato negli anni scorsi direttore generale, in particolare quando fu acquistata la Tercas (una delle operazioni che hanno pesato sul gruppo).

Il problema si porrà con gli attuali soci, almeno con quelli che vorranno esercitare il diritto di recesso per cercare di recuperare qualcosa. E potrebbero essere in tanti. Ma va risolto l’impasse giuridico legato proprio al recesso, che il decreto Renzi limitava proprio per evitare che le fughe dei soci minassero il patrimonio dell’istituto. «Non è una situazione facile», dice una fonte al lavoro sul dossier.

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