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Pop Vicenza nel paniere di Atlante

La quotazione ha fatto flop e la Popolare di Vicenza è ora interamente nel paniere di Atlante. Non è bastata la benedizione di Unicredit (tra i garanti) e di Mediobanca (aveva sottoscritto il 5%). Borsa Italiana ha detto no e non ha concesso la quotazione «perché non sussistono i presupposti per garantire il regolare funzionamento del mercato». Ovvero troppo pochi i sottoscrittori delle azioni per potere avere un flottante decoroso. Così ora la banca è nelle mani di Atlante, che detiene il 99,3% del capitale della Popolare e che Matteo Renzi ha definito «la soluzione ai problemi delle banche italiane». Sarà vero? Atlante è un fondo per la gestione dei crediti bancari ad alto rischio e di garanzia (si impegna a sottoscrivere le azioni invendute di una banca in difficoltà): in parte questi oneri vengono addossati ai contribuenti attraverso la Cassa depositi e prestiti, azionista del fondo col 10%.

Il problema delle sofferenze, complice la crisi economica e una politica bancaria europea schizofrenica, è certamente una palla al piede degli istituti di credito, non solo italiani. Ma nel nostro Paese c’è una specificità che prima o poi andrà affrontata ed è quello del sistema dei controlli. Più di un j’accuse hanno colpito Bankitalia e Consob in occasione del disastro delle piccole quattro (Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti) e della grande (Popolare di Vicenza). Gli strali dell’opinione pubblica (e dei giornali) hanno colpito soprattutto il padre del ministro Maria Elena Boschi (vicepresidente senza deleghe per neppure un anno, dal maggio 2014 al febbraio 2015 di Banca Etruria) e di Gianni Zonin (presidente per 30 anni della Popolare di Vicenza). Ma perché le banche sono arrivate a questa situazione, perché per anni sono state perpetuate irregolarità senza che nessuno intervenisse, se non blandamente?

Alla fine sono stati gli ispettori della Banca centrale europea a fare scoppiare il bubbone. Ma che bubbone, in realtà? L’impressione è che non vi sia stata la capacità di buttare in mare quella diga di salvataggio che per esempio ha consentito alle spiagge liguri di non essere invase dal petrolio. Forse anche Vicenza e, perché no Ferrara e le altre, potevano arginare in modo soft i loro problemi, individuando e rimuovendo i colpevoli senza che gli elefanti entrassero nella cristalleria. Bastava una cabina di regia intelligente e gli azionisti non si sarebbero ritrovati in mutande. Ovviamente neppure vestiti bene ma perché nessuno spiega che tutti gli azionisti bancari non se la passano poi così allegramente se l’indice Stoxx che rileva l’andamento di borsa delle banche europee ha emesso un suo ultimo responso allarmante: i titoli hanno perso il 38% su base annua e il 26% in questa prima parte del 2016. Gli istituti italiani sono per lo più nella parte rossa. Il 7 aprile, rispetto all’inizio dell’anno, il Banco Popolare quotava -65,7%, Montepaschi -64,6, Unibanca -54,6, Unicredit -45,5, Popolare Emilia-Romagna -46,5, Popolare Milano -44,3, Mediobanca -32,8, Intesa-San Paolo -29,9.

Il problema è quindi complesso e sarebbe opportuno che Renzi oltre ad Atlante mettesse mano in sede europea a una più competente presenza di funzionari italiani e sul piano interno rendesse il sistema di controllo più moderno ed efficace. L’ex-presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, aveva grandi ambizioni finanziarie, bruciate dall’Antitrust che sbarrò la strada al suo istituto che aveva prenotato il 2% di Mediobanca. Così come più tardi è stata impedita l’aggregazione con un’altra banca. Zonin deve difendersi da un’indagine della procura e anche dagli attacchi del quotidiano della Confindustria, lui che è uno dei grandi contribuenti dell’associazione imprenditoriale. Si lamenta, ma non più di tanto: dalla Popolare ha ricevuto un benservito di oltre un milione di euro.Vi sono poi i singolari toni apocalittici sul passato con cui in genere si esprime chi ha ora preso le redini gestionali dell’istituto veneto, ingaggiato dal vecchio consiglio d’amministrazione che è ancora in carica su richiesta della Bce («si ritiene che debba essere questo consiglio d’amministrazione – ha scritto la Bce – a gestire gli impegnativi adempimenti che attendono la banca nel prossimo futuro, a cominciare dalla trasformazione in Spa»).

Tra l’altro quasi tutti i componenti del consiglio hanno sottoscritto le azioni quando erano al top (62,5 euro) e quindi si sono ritrovati (come gli altri azionisti) col proprio personale investimento (quasi) azzerato. Il valore dell’azione era stato peritato da uno dei maggiori esperti di finanza bancaria, sembra col placet di Bankitalia. Tanto che un consigliere ha fatto mettere a verbale che: «La Banca d’Italia alla quale l’intero processo di valutazione e la perizia dell’esperto erano stati sempre sottoposti non aveva avuto ragione di sollevare alcun rilievo». Bankitalia controbatte: «Il codice civile attribuisce la responsabilità di fissare il prezzo all’assemblea dei soci, su proposta degli amministratori. Nessun potere diretto sulla determinazione del prezzo è conferito alla Banca d’Italia».

Chi ha ragione? La dirigenza gestionale della banca è stata rasa al suolo. Tra i rilievi: crediti erogati senza sufficienti garanzie e ritenuti inesigibili, finanziamenti concessi solo a condizione che il cliente acquistasse azioni della banca, fuggi-fuggi dalle azioni prima del tracollo da parte di amici-amici. Il bilancio 2015 si è chiuso con una perdita di 1,4 miliardi di euro. Non è stato un fulmine a ciel sereno ed è quindi lecito domandarsi come mai la società di certificazione e i revisori dei conti abbiano approvato senza rilievi tutti i bilanci. Così come è bene chiedersi come si assesterà la proprietà delle banche che stanno a fatica risorgendo dalle macerie: tra un polverone e l’altro forse si intravedono già cavalieri bianchi disposti a mangiarsi il boccone a prezzi vantaggiosi. Si formerà una sorta di holding di controllo delle quattro piccole banche? Si farà avanti per Vicenza, dopo il fallimento della quotazione, un qualche tycoon dell’imprenditoria veneta? Del resto non è andata così con le Autostrade? Acquisite con la privatizzazione sono diventate una rendita sicura e assai proficua (a spese degli automobilisti). Dice Patrizio Miatello, che guida un’associazione tra azionisti arrabbiati: «Chi comprerà la banca per pochi spiccioli si prenderà anche la nostra terra e i nostri risparmi».

Rimane l’interrogativo sul rimborso agli azionisti (oltre 100 mila) che hanno perso i loro risparmi: «Una platea enorme- ha scritto un giornale locale- che interessa i politici a caccia di voti, soprattutto quei politici che di voti ne hanno pochissimi, ma che interessa molto anche tanti professionisti che si procurano clienti sfruttando la rabbia e alimentando attese spesso fallaci, come pure a caccia di clienti sono le centinaia di promotori finanziari e di funzionari di banche concorrenti pronti ad offrire a risparmiatori delusi e incerti il porto sicuro dei loro istituti di credito». C’è addirittura un parroco, don Enrico Torta, che si è fatto eleggere presidente dell’Associazione soci banche popolari veneto, e un sindaco (di Resana), Loris Mazzorato, che si è presentato in piazza in mutande. Intanto, misteri della finanza, in tempi di tassi sottozero c’è un bond subordinato della Popolare di Vicenza con scadenza gennaio 2017 che rende il 7%.

Carlo Valentini

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