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«Pop Milano? Serve il consenso Dini l’uomo giusto per guidarla»

L’impegno in Popolare di Milano?
«Non mi interessano le poltrone e non cerco presidenze».
Il giudizio sulla gestione di Andrea Bonomi?
«Non ho visto risultati concreti e significativi».
La proposta di rinnovare per tre anni il consiglio di gestione evitando di convocare l’assemblea dei soci?
«Non si governa una banca con i colpi di Stato e non si cambiano le regole a partita in corso».
Raffaele Mincione, 48 anni di cui 30 passati a Londra, finanziere che ha fatto fortuna lavorando per le principali banche d’affari internazionali, si è trasformato nelle ultime settimane nel «signor no» che ha messo in discussione lo strapotere di Bonomi, che per un paio d’anni ha governato la Bpm. Fino a poco tempo fa le cronache finanziarie non hanno avuto occasione di occuparsi del personaggio ma, dopo la sortita in Bpm, i riflettori si sono accesi su di lui. Per la prima volta, nell’intervista che segue, racconta perché ha investito in Popolare di Milano, in quale direzione deve andare la banca, qual è la sua storia personale. Proprio ieri ha annunciato che le partecipazioni che controllava attraverso quindici finanziarie sono confluite in una sola società, un fondo lussemburghese, a cui fa capo circa l’8% del capitale. «La suddivisione era necessaria perché lo statuto della Bpm impediva di controllare direttamente più dello 0,50 per cento», spiega Mincione. «Ma ora una nuova normativa europea equipara il controllo diretto a quello indiretto. Quindi ha reso inutile il frazionamento. Ogni operazione è sempre avvenuta in totale legittimità, controllata nei vari passaggio dalle autorità dei Paesi in cui ho società: dal Lussemburgo al Regno Unito, dalla Svizzera all’Irlanda, Italia compresa».
Quanto ha investito in Popolare Milano?
«Circa 80 milioni di euro».
Perché lo ha fatto?
«Nel dicembre 2011 ero a cena con un amico, Stefano Marsaglia, di Barclays, ed ero molto depresso perché era sfumato un affare su cui contavo molto, nelle riassicurazioni in Germania. Otto mesi di lavoro buttati. Stefano mi disse: “Se vuoi fare soldi compra Bpm, che è quotata a multipli dell’utile ridicoli”. Eravamo in piena crisi finanziaria, con rischio default dell’Italia. Sono andato a casa e ho controllato i numeri: aveva ragione. In più era in corso da 18 mesi una ispezione della Banca d’Italia e questo mi ha tranquillizzato. Dava la certezza che nei conti della banca non c’erano sorprese sgradite. Così ho cominciato ad acquistare i titoli».
All’inizio era alleato di Bonomi?
«Non è vero, anche se ho comprato perché credevo nell’euro e nel management. Quindi anche in Bonomi, ma era un semplice investimento finanziario».
Ha altre attività in Italia?
«La casa di campagna vicino a Roma e la produzione di olio. Per il resto lavoro e vivo a Londra, insieme a moglie e due figlie».
E’ sposato con una erede della famiglia che controlla Rigamonti, i signori della bresaola?
«Sì, ma veramente mia moglie è archeologa ed è stata assistente al Metropolitan Museum di New York del curatore della sezione di arte antica, con specializzazione l’arte etrusca».
Per chi ha lavorato a Londra?
«Goldman Sachs, Nomura, Credit Lyonnais, ma il salto di qualità è stata la responsabilità dei derivati in Europa per Merrill Lynch, con successivo trasferimento a New York come capo dei derivati per il Sud America fino al 2000. Poi sono rientrato a Londra, responsabile dell’area finanza in Europa di Citibank. In quel periodo ho fatto fortuna, comprando e rivendendo come investimento personale obbligazioni garantite da Gazprom. Sono passate in pochi giorni da 8 a 128 centesimi».
Quanto ha guadagnato?
«Abbastanza da permettermi di non lavorare per il resto della mia vita. Così, dopo qualche tempo e dopo un periodo sabbatico, ho deciso di diventare imprenditore di me stesso mettendomi in proprio. In fondo rimango un bancario e non un banchiere».
Perché è così critico con Bonomi?
«I numeri, decisamente deludenti, sono contro di lui. Ha presentato un piano d’emergenza e non ha saputo trasformarlo in un piano di sviluppo. E ancora: in banca non ha mai fatto una operazione importante, l’opacità della gestione è stata totale, ha demotivato totalmente il personale con l’assunzione dall’esterno delle prime linee, tra l’altro suoi ex dipendenti. E’ un errore grave perché ogni scelta per essere vincente dev’essere condivisa».
Come è nato l’appoggio a Lamberto Dini?
«Mi è stato presentato anni fa da Susanna Agnelli. Per capacità, trasparenza, relazioni internazionali è la persona giusta al posto giusto».
Lei crede nel modello delle Popolari?
«Sì, anche se qualche ritocco va fatto. Ma prima occorre far marciare la banca».

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