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Pop Milano accerchiata ora anche l’insider trading

di Sergio Bocconi

MILANO— Per la Popolare di Milano si prospetta un’altra assemblea all’ultimo voto. Degna, forse, dell’infuocata assise che il 25 aprile 2009 ha visto prevalere alla presidenza Massimo Ponzellini, votato dai soci dipendenti, su Roberto Mazzotta, che era stato alla testa della banca dall’aprile 2001. All’ordine del giorno ci sono due punti fondamentali per la vita dell’istituto, entrambi «sollecitati» (per non dire imposti) dalla Banca d’Italia: l’aumento di capitale fino a 1,2 miliardi e l’aumento delle deleghe per il voto da tre a cinque. La Bpm si avvicina all’appuntamento in un clima che certamente non si può dire fra i più sereni. Il titolo ha perso nel giro di un mese e mezzo circa il 30%e ieri ha recuperato lo 0,68%in una giornata però ben più positiva per le altre banche quotate. Il prezzo ha registrato una volatilità tale negli ultimi tempi da entrare, con altre azioni di istituti che hanno deliberato o già avviato aumenti di capitale, nel mirino della Consob: la commissione presieduta da Giuseppe Vegas ha acceso il classico faro di indagini sulle vendite allo scoperto. E proprio ieri, in seguito a un esposto dell’istituto relativo alla fuga di notizie sui rilievi degli ispettori di Bankitalia, il pm di Milano Roberto Pellicano ha aperto un’inchiesta a carico di ignoti per insider trading. L’ipotesi di reato, dopo lo studio dei primi documenti trasmessi, potrebbe però essere modificata in aggiotaggio. Non si tratta peraltro dell’unico fascicolo su Bpm aperto da Pellicano: lo stesso pm nelle scorse settimane ha già avviato un dossier che in questo caso ha nel mirino l’istituto: in particolare il fascicolo è sul prestito obbligazionario convertendo emesso dalla Bpm nel 2009 per rimborsare i Tremonti bond. Emissione che è stata subito oggetto di attenzione da parte della Consob che ha riscontrato una serie di irregolarità ai danno dei clienti, ha fatto modificare alcuni termini di distribuzione, e ha poi «emesso» alcune sanzioni a carico dei vertici della banca. Pellicano ha aperto il fascicolo per verificare se riguardo all’operazione (modificata di recente da Bpm più che dimezzando il prezzo della conversione) sia ipotizzabile un profilo penale secondo l’articolo 167 del Tuf, il testo unico della finanza: la norma punisce chi, in conflitto di interessi, danneggia gli investitori per procurare a sé o ad altri (in questo caso l’istituto) un ingiusto profitto. Insomma, il clima non è certo dei più sereni. Né potrebbe esserlo perché le proposte che verranno sottoposte ai soci sono frutto di un esercizio di moral suasion da parte della Banca d’Italia a dir poco «imperativo» . Dopo che il consiglio aveva bocciato una ricapitalizzazione da 600 milioni proposta da Ponzellini e fatto resistenza sulle deleghe con un aumento risicato da due a tre, Bankitalia, che ha concluso l’ispezione con oltre 30 rilievi anche se con un giudizio finale complessivo solo «parzialmente sfavorevole» , ha messo il board con le spalle al muro. E l’esito è stato l’ordine del giorno che verrà messo ai voti sabato. Che, peraltro, non è scontato venga approvato in tutti i suoi punti dall’assemblea. Anzi. Se non ci saranno problemi per l’assegnazione della delega al consiglio sull’aumento di capitale fino a 1,2 miliardi, cioè circa il doppio della capitalizzazione attuale, che avrà comunque un forte riflesso diluitivo, non è per nulla scontato che i soci approvino l’incremento delle deleghe. Modifica statutaria che avrà anch’essa l’effetto di ridurre il peso dei soci dipendenti, che attraverso l’Associazione amici della Bpm, rappresentano il nocciolo duro dell’azionariato: i dipendenti non possono per legge ricevere deleghe, sebbene sia possibile ai loro familiari. E ciò, nelle assemblee più infuocate, ha consentito ai soci dipendenti di alzare ancora di più la loro soglia di potere. Fatto sta che l’Associazione, che esprime la maggioranza del board, ha «prodotto» un paradosso: il consiglio, messo alle strette da Bankitalia, ha dovuto deliberare l’aumento delle deleghe. Ma l’Associazione e le sigle sindacali dei dipendenti hanno già fatto conoscere la propria contrarietà alla modifica statutaria, suggerendo quindi di fatto di votare no. E al paradosso si accompagna anche un nodo statutario non indifferente, sul quale sono stati chiesti pareri a giuristi. Perché l’articolo 31 della «costituzione» della Popolare di Milano prevede che l’assemblea decida sui cambi di Statuto con la maggioranza qualificata di due terzi. Però lo stesso articolo dice anche che «le deliberazioni da assumere per conformarsi alle prescrizioni dell’Organo di Vigilanza emanate ai fini di stabilità e per l’adeguamento a disposizioni regolamentari o legislative sono assunte» a maggioranza semplice. Quale sarà dunque il quorum che verrà applicato sabato? Inoltre resta da vedere come potrebbe reagire Bankitalia alla eventuale bocciatura sulle deleghe. Oggi il vicedirettore generale di Via Nazionale, Anna Maria Tarantola, sarà sentita in audizione presso la Commissione finanze del Senato sulla riforma delle Popolari. Difficilmente andrà sul caso concreto, ma è possibile che qualche indicazione «generale» arrivi. Ieri, intanto, il direttore generale della Bpm Enzo Chiesa, oltre a confermare una strategia «stand alone» per la banca, ha detto di escludere che, in caso di bocciatura sulle deleghe, il consiglio possa dimettersi: «No, assolutamente no, non ne vedrei un motivo» .

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