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«Pomigliano, salario sì ma in fabbrica no»

MILANO — Stipendio sì, fabbrica no. Per i 19 operai Fiom della Fiat di Pomigliano, reintegrati dal Tribunale di Roma con una sentenza dello scorso novembre, il rientro non è durato nemmeno lo spazio di un mattino. Giusto il tempo di varcare i cancelli e, come riferiscono i diretti interessati (che saranno retribuiti ma dispensati dal lavoro), «dopo averci consegnato la busta paga, ci hanno detto che potevamo andare via, perché per noi non c’era posto per problemi tecnico-organizzativi, e che poi ci avrebbero fatto sapere; siamo quindi stati costretti a lasciare lo stabilimento, dopo essere stati diffidati dall’azienda ad abbandonare la fabbrica e siamo usciti per evitare di essere licenziati». Per questa mattina, però, hanno già preannunciato di tornare all’attacco, con l’intenzione di ripresentarsi davanti ai cancelli per ribadire la propria disponibilità a lavorare; hanno anche programmato per domani un volantinaggio davanti alla fabbrica e, a seguire, in settimana organizzeranno un’assemblea pubblica per tutti i lavoratori di Pomigliano.
La vicenda rischia di riaccendere le ostilità tra i metalmeccanici della Fiom e il Lingotto. Per il leader delle tute blu Cgil, Maurizio Landini, quelli della Fiat sono «comportamenti non solo autoritari, ma uno spregio e uno sberleffo alle leggi e alla Costituzione, alla dignità di questo Paese». Secondo Landini, «la scelta di Fiat di pagare 19 lavoratori purché non lavorino conferma come sia in atto una esplicita politica di discriminazione nei confronti dei lavoratori che scelgono di iscriversi alla Fiom». E poi, rincarando la dose, definisce la scelta del Lingotto «di un’arroganza inaccettabile», di fronte alla quale la Fiom pensa ad «azioni giuridiche e sindacali, nessuna esclusa, per impedire il perdurare di questa situazione».
Ma per la Fiat, a Pomigliano non sono stati adottati provvedimenti eccezionali. Da Torino respingono qualsiasi accusa di discriminazione. Piuttosto, fanno sapere, la vicenda rientra nella normalità degli accordi presi, anche davanti al giudice, «che ha riconosciuto, soprattutto in un momento difficile come l’attuale del mercato dell’auto, il problema delle eccedenze di personale». Del resto, aggiungono, è la stessa linea adottata con i tre operai Fiom licenziati a Melfi, di cui il giudice ha obbligato il reintegro: hanno fatto ricorso — ribadiscono da Torino — ma è stato respinto perché il trattamento economico è considerato sufficiente.
Quasi a stemperare i toni e le tensioni, il segretario della Fim-Cisl Giuseppe Farina è intervenuto nella querelle, anticipando che «il caso Pomigliano è destinato a sgonfiarsi fra tre giorni» quando ci sarà l’incontro tra Fiat e sindacati. «L’incontro di giovedì — ha precisato — dovrebbe risolvere alla radice il problema dei 19 operai Fiom: dalle nostre aspettative il passaggio dei lavoratori di Fabbrica Italia Pomigliano a Fiat Automobiles comporterà che non ci saranno più licenziamenti e che verrà meno qualsiasi ipotesi discriminatoria, con il rientro di tutti. Gli operai saranno messi tutti in un unico contenitore e tutti avranno le stesse garanzie».
Da Detroit, durante un’intervista radiofonica trasmessa da Wjr Radio, Sergio Marchionne ha ribadito anche che, quando nel 2014 sarà completata la fusione tra Fiat e Chrysler, sarà necessario trovare il modo di non cancellare il passato delle due società: «I due nomi non scompariranno: sarebbe un grave errore cancellare quella storia e quell’eredità; troveremo un modo per continuare a farli vivere».

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