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Pomigliano prima vittima del crollo Fiat

La linea della Panda di Pomigliano, cuore e simbolo del piano Fabbrica Italia, si fermerà a fine agosto per crisi di mercato. La gravità del crollo europeo delle vendite, che ha già spinto la Peugeot ad annunciare 8.000 licenziamenti, colpisce dunque quella che Sergio Marchionne ha definito «la fabbrica più moderna di tutto il gruppo». Due settimane di cassa, dal 20 al 31 agosto, per prolungare il fermo dovuto alle ferie. In questo modo si riduce la produzione di 7.000 unità. Non tanto, spiegano al Lingotto, perché in questi primi sei mesi la Panda non abbia avuto un buon successo. E’ infatti di giugno il record di vendite con 19.000 pezzi in tutta Europa. Ma perché la ripresa autunnale si annuncia particolarmente difficile. Come già accaduto con la cassa integrazione generalizzata tra gli impiegati del quartier generale di Mirafiori, il blocco di Pomigliano finisce per assumere un significato simbolico: anche nella fabbrica normalizzata,
dove l’azienda è finora riuscita a tenere fuori dai cancelli tutti gli iscritti alla Cgil, la crisi prevale su tutto e ferma le linee. Più delle guerre ideologiche, conta dunque il verdetto del mercato. E ora, anche tra i sindacati, c’è chi propone: «Vendiamo l’Alfa Romeo al miglior offerente ».
Il comunicato del Lingotto spiega con chiarezza il punto di vista aziendale: «Il mercato europeo e quello italiano confermano che la crisi di vendite non accenna a diminuire. In Italia il mercato si posiziona sui livelli del 1979 e penalizza Fiat soprattutto nel segmento delle city car dove, con Panda e 500, detiene circa il 60 per cento di quota». Finora l’effetto della crisi era stato bilanciato con la salita produttiva del nuovo modello. Quando partono in successione i lanci sui mercati dei singoli paesi europei, la produzione procede quasi indipendente dal mercato perché bisogna arrivare in tutti i concessionari. Quando invece il sistema si stabilizza, l’andamento delle vendite incide di più. Ed è per questo che una prevedibile ulteriore flessione del mercato in settembre ha consigliato a Fiat di mettere in cassa integrazione gli oltre 2.000 dipendenti che pensavano di essere ormai al sicuro, essendo
transitati, negli ultimi mesi, dalla cassa integrazione della vecchia fabbrica di Pomigliano al ritorno al lavoro che sembrava garantito dalla linea della Panda.
I sindacati, quelli del sì e quelli del no, sono allarmati. Il responsabile auto della Fim nazionale, Ferdinando Uliano, chiede al governo «un cambio di marcia sul settore dell’automotive ». A «difesa del prodotto nazionale
contro i disfattismi» si schiera Giovanni Sgambati della Uilm. La Fiom organizza una manifestazione a Cassino con Maurizio Landini per difendere le prospettive dello stabilimento. Per Giorgio Airaudo, «siamo alla fine di Fabbrica Italia. Marchionne ha sbagliato le previsioni sulla crisi. E’ necessario che la politica si muova e che si rifaccia un piano per il futuro della Fiat.
Anche prevedendo la vendite di marchi, come l’Alfa, che qualche concorrente chiede al Lingotto. Se la Fiat è in grado di rilanciare l’Alfa, bene. Altrimenti è meglio che la venda. Almeno si salvano posti di lavoro». Non teme di essere accusato di essere anti italiano? «Solo la Fiat può permettersi di andare dove la porta il mercato?».

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