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Una poltrona per Roma Meglio la BCE dell’agricoltura

È un mastodontico valzer delle poltrone quello che i leader della Ue hanno iniziato martedì scorso a cena, nemmeno 48 ore dopo i risultati delle elezioni per il Parlamento europeo. Anche se la musica è iniziata, però, le coppie non si sono ancora formate. La maggiore frammentazione del quadro politico continentale — dovuta innanzitutto all’indebolimento dei pilastri storici, i partiti Popolare e i Socialdemocratico — rende complicate le trattative per i posti di vertice: il presidente della Commissione e quello del Consiglio europeo, il rappresentante per la politica estera; e, formalmente separato ma indissolubilmente collegato, il vertice della Banca centrale europea, la posizione che negli scorsi anni, da quando è occupata da Mario Draghi, è stata la più influente nel continente.

 In questa situazione di intrecci e di tanti giocatori al tavolo, è difficile fare scelte. All’Italia, però, forse converrebbe muoversi tenendo lo sguardo sul risultato finale, che non può non essere la situazione alla Bce.

 Solo uno per Paese

Allo stato dei fatti — che nelle prossime settimane, naturalmente, può facilmente cambiare — Roma ha di fronte uno scenario che in qualche modo potrebbe rivelarsi favorevole: non un granché ma, data la situazione di isolamento del governo e l’eccentricità del Paese in Europa, è il meglio possibile. Cioè che a presidente della Commissione Ue venga nominato un tedesco (lo Spitzenkandidat dei Popolari Manfred Weber o altri), il che significherebbe un probabile francese alla guida della Bce del dopo Draghi (da novembre).

 Se questa combinazione si realizzasse, alla guida della banca di Francoforte andrebbe un personaggio — probabilmente François Villeroy de Galhau o Benoît Cœuré — in continuità con le politiche di Draghi, non un cosiddetto falco, insomma. Si eviterebbe così che la posizione fosse conquistata da un tedesco più ortodosso in fatto di politica monetaria e meno disposto a condividere i punti di vista di un Paese ad alto debito, e crescente, come l’Italia. Inoltre, sempre in questa combinazione, si aprirebbe la possibilità per il governo Conte di indicare un nome italiano per il Comitato esecutivo della Bce: se infatti un francese diventasse presidente di fatto si libererebbe un posto tra i sei dell’esecutivo (due membri dello stesso Paese non sono pensabili), l’organo che non solo mette in opera le decisioni di politica monetaria del Consiglio dei governatori ma che imposta anche le analisi economiche, dirige la struttura dell’istituzione e prepara le decisioni da proporre ai 19 governatori nazionali assieme ai quali sceglie poi le politiche da attuare.

 Da quando esiste la Bce, l’Italia ha sempre avuto un posto nel Comitato esecutivo: prima con Tommaso Padoa Schioppa, poi con Lorenzo Bini Smaghi e negli scorsi otto anni con Mario Draghi. Se però venisse nominato presidente non un francese (e nemmeno un tedesco), ad esempio un finlandese come Erkki Liikanen, non si libererebbe nessuna posizione, l’esecutivo sarebbe già al completo per qualche anno.

Equilibri difficili

 Se Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio volessero studiare una strategia per inserirsi nel valzer delle nomine dovrebbero probabilmente decidere qual è il premio finale a cui puntare. Per dire: dal momento che difficilmente all’Italia sarà concesso di nominare un commissario Ue con un portafoglio economico importante — gli Affari economici e monetari o il Commercio o la Concorrenza —, è forse meglio evitare un braccio di ferro per strappare il commissario all’Agricoltura e concentrarsi sulla Bce.

 Non che un italiano a Francoforte possa spostare gli equilibri e la direzione di marcia della banca. Quello, almeno a breve termine, non riuscirebbe a farlo nemmeno Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank che ha spesso votato contro alla linea di Draghi negli anni scorsi: alla Bce, le decisioni di politica monetaria si prendono costruendo un consenso.

 Difficilmente, una persona indicata dal governo di Roma rivoluzionerebbe la politica della banca proponendo ad esempio scelte ispirate alla oggi tanto dibattuta nel mondo Modern Monetary Theory, più o meno l’idea che le autorità possano stampare denaro a ciclo continuo per finanziare la spesa pubblica limitandosi a tenere d’occhio l’inflazione. Troverebbe un muro di opposizioni tra i governatori che ricorderebbero i casi storici, disastrosi, provocati da teorie del genere, a cominciare dalle iperinflazioni sudamericane fino agli interventi del Fondo monetario internazionale per salvare Stati finanziariamente in fallimento.

 Avere un posto nel Comitato esecutivo della Bce sarebbe però importante, dal punto di vista dell’Italia, per riaffermare — e garantire — la sua partecipazione piena e di primo piano alle scelte dell’Eurozona, alla pari con Germania e Francia che sono sempre rappresentate nel vertice dell’istituzione. Non per fare i rottamatori, insomma, ma per portare un contributo: critico se necessario ma costruttivo.

 Per Roma il rischio vero di questa stagione di nomine europee, infatti, non è tanto perdere una o più poltrone: è quello di finire ulteriormente ai margini, isolata come mai.

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