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Polonia e Ungheria, l’Est che riparte

Le sanzioni alla Russia colpiscono il vostro export? Consolatevi con la Polonia, l’Ungheria, la Romania o la Repubblica ceca: a pochi chilometri di distanza da Mosca ci sono Paesi dove i consumi crescono e le opportunità d’affari sono concrete.
Secondo la Sace, la crisi ucraina potrebbe far diminuire le vendite del made in Italy in Russia del 12%, facendo perdere alle nostre imprese fino a 2,4 miliardi di euro in due anni. Come rifarsi del mancato incasso senza cambiare troppo le direttrici delle spedizioni? Un’idea potrebbe essere quella di guardare sempre a Est, ma con un raggio un po’ più corto. E con il vantaggio che alcuni di questi Paesi target sono anche membri Ue, con tutto quello che ne consegue in termini di semplificazioni doganali e normative.
Al pari di noi, l’Europa dell’Est ha subìto gli strali della crisi economica, ma per la maggior parte di questi Paesi la recessione è acqua passata. L’escalation russo-ucraina, beninteso, si sta facendo sentire anche da queste parti. Con una differenza, però, notano gli analisti dell’ufficio studi di UniCredit: che i suoi effetti sono controbilanciati da una capacità produttiva in crescita e da una domanda interna che reagisce positivamente agli stimoli. Non ultimo, quello degli aumenti salariali.
Ludovic Subran, chief economist di Euler Hermes, società di assicurazione crediti del gruppo Allianz, entra più nel dettaglio: «In alcuni Paesi dell’Est Europa le importazioni stanno crescendo, e questo avviene soprattutto in Polonia, in Romania e in Repubblica ceca (+10%). Altrettanto in crescita sono i consumi privati, che a Est aumentano in media del 3% con punte più positive in Polonia, Repubblica ceca e Ungheria».
L’elenco dei potenziali Paesi target, verso cui tornare a porre l’attenzione, è presto fatto: «Le mancate esportazioni tessili dell’Italia verso la Russia potrebbero essere assorbite in parte da Polonia, Romania e Turchia, mentre l’export della chimica potrebbe far rotta verso la Polonia, la Romania o l’Ungheria. Ritengo però – aggiunge Subran – che l’impatto sul made in Italy delle sanzioni a Mosca resterà contenuto: per l’Italia stimiamo una diminuzione della percentuale di crescita del Pil dello 0,1% annuo. Un impatto molto minore di quello che si avrà sulla Finlandia (-0,6%) o sulla Germania (-0,3%). Se ci limitiamo al comparto agricolo, poi, le sanzioni interessano potenzialmente 163 milioni di euro, vale a dire solo lo 0,01% del totale delle esportazioni agricole italiane nel mondo».
Sulla bontà della Polonia come target per il nostro export concordano gli esperti di Coface: «Nel Paese – spiega Grzegorz Sielewicz, economista per l’area Central Europe – la ripresa degli acquisiti è sostenuta dall’aumento dei salari. Le preferenze dei consumatori si stanno dirigendo non tanto sui cosiddetti beni durevoli, quanto su quelli legati ai consumi giornalieri».
Diversa è invece l’opinione sulla Romania: dove i consumi crescono (per quest’anno è atteso un aumento del 3,9%), le importazioni pure (e ben dell’8%), «ma le buone performance del Pil non sembrano durature – prosegue Sielewicz –. Nel 2013 la Romania si era addirittura aggiudicata la palma di leader della ripresa europea grazie a una crescita del Pil del 3,5%, ma nel 2014 il raccolto agricolo sarà meno buono e in più gli investimenti rallenteranno».
Per lungo tempo, invece, l’Ungheria è stata il malato d’Europa. Oggi invece è il Paese dell’Est che cresce più velocemente: la sua è stata la percentuale di aumento del Pil più alta di tutta l’Europa orientale nel secondo trimestre di quest’anno. Inoltre, il governo di Budapest sta sostenendo la spesa pubblica e le esportazioni vanno bene. Non sorprende che anche i consumi interni siano in ripresa: +2,2% la crescita attesa per quest’anno, mentre le importazioni dovrebbero aumentare di oltre il 6 per cento.
Anche per la Repubblica ceca gli analisti di UniCredit vedono buoni segnali di ripresa, sospinti dalla domanda interna (+1,8% nel 2014 e +2% atteso per l’anno prossimo) e dagli investimenti nel comparto della logistica, della manifattura e delle costruzioni, sia residenziali che pubbliche. L’inflazione nel Paese resta bassa, ma senza incorrere nel rischio della deflazione: lo dimostra il fatto che ad agosto il tasso annuo ha ripreso a salire, seppur di poco.
Al di fuori – o meglio ai confini – dell’Unione europea, la Turchia potrebbe anche essere un interessante obiettivo, grazie a un’effervescenza dei consumi che quest’anno potrebbero salire dell’8 per cento. L’area, è vero, non risente della crisi russa, ma attenzione, ricordano gli esperti di UniCredit: potrebbe risentire della crisi irachena e della lotta all’Isis ingaggiata da Obama.
La regione balcanica dell’Europa, invece, ancora soffre della poca crescita e di una scarsa integrazione con la filiera produttiva tedesca, che altrove a Est è stata tra i fattori chiave della ripresa dell’export. Bulgaria e Serbia, inoltre, ricordano da UniCredit, sono ancora molto legate economicamente alla Russia: non sono certo il luogo migliore per scampare all’onda lunga della crisi ucraina.

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