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«Politiche per il lavoro manca la regia»

Il lavoro c’è ma non tutti ne approfittano. In queste prime avvisaglie di ripresa economica, proprio mentre Unioncamere segnala l’arrivo di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei prossimi mesi, vengono segnalati strani fenomeni. Che forse tanto strani non sono. A quanto pare sono sempre più numerosi i disoccupati che, contattati per avviare la loro attività lavorativa, rifiutano il posto di lavoro proponendo al più una loro occupazione in «nero».Le ragioni

Ma quali sono i motivi per cui avviene questo rifiuto? «Sono vari e connessi tra di loro — spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi consulenti del lavoro — partendo dal possesso del reddito di cittadinanza e proseguendo con l’assenza di strumenti utili alla riconversione professionale ovvero con la pressione fiscale che primeggia in Europa».

In particolare dal comparto della ristorazione e dell’assistenza agli anziani arrivano denunce a grappoli da parte di imprenditori che dicono di non trovare candidati perché chi potrebbe accettare chiede «il nero» per non fare risultare il pagamento e quindi non perdere il diritto a percepire il reddito di cittadinanza. Di contro, sono in tanti i lavoratori che denunciano proposte al ribasso, una scarsissima attenzione a straordinari e festivi, oltre che orari proibitivi, abbastanza frequenti nel settore della ristorazione e del turismo. Dunque, se i lavoratori chiedono maggior generosità agli imprenditori, quest’ultimi lamentano scarsa motivazione generata soprattutto da un inefficace funzionamento del reddito di cittadinanza.Gli ostacoli

«Nel 2021, almeno un milione e mezzo di famiglie ha percepito un reddito di cittadinanza — precisa De Luca —. E con l’arrivo dell’assegno unico la situazione di disoccupazione diventa ancora più appetibile, considerato che lo stesso spetta anche a chi non ha un lavoro e percepisce il reddito di cittadinanza Questi sono gli esiti negativi della riforma lasciata a metà La seconda fase del “Reddito” è rimasta inapplicata e il sistema delle tre offerte ufficiali ai disoccupati non è mai partito. Così è venuto meno il deterrente che avrebbe portato a contenere questo fenomeno».

Altro motivo, per cui i disoccupati non accettano (o non trovano) lavoro, riguarda l’assenza di un serio sistema di politiche attive, quel circolo virtuoso in cui il disoccupato viene accompagnato verso una nuova occupazione, magari riconvertendone la professionalità.

«La nomina dei Navigator e il relativo disastro operativo hanno fatto fallire il progetto —sostiene il presidente della Fondazione — . Il ministro Orlando ha invece rilanciato confermandoli fino a dicembre e rivitalizzato i moribondi Centri per l’impiego che finora non hanno fornito grandi prove di efficienza. Il collocamento pubblico cosi com’è, a nostro parere, non è utilizzabile. Andrebbe affiancato al collocamento privato».Pressione fiscale

C’è infine un ulteriore motivo, legato alla tassazione delle retribuzioni. È il gravoso prelievo fiscale che ogni contribuente deve subire, a causa del cuneo fiscale che ha raggiunto nel 2020 il 46% del costo del lavoro. Molto spesso infatti coloro che rifiutano l’assunzione lo fanno perché le paghe proposte sono davvero troppo basse e poco gratificanti. Sono soprattutto i giovani a risultare più penalizzati da un meccanismo che vede le imprese pagare troppo al fisco per un’assunzione senza poi garantire una busta paga pesante ai lavoratori. Un circolo vizioso causato soprattutto dal costo del lavoro troppo alto e troppo tassato. Non a caso l’Italia è al quinto posto tra i paesi Ocse per livello di tassazione sul lavoro. «Certo non creano un clima favorevole — conclude de Luca — notizie come quelle dell’accordo sulla tassazione al 15% per le multinazionali. Viste con gli occhi di un piccolo imprenditore o di un lavoratore dipendente, che subiscono aliquote superiori del doppio, appaiono una beffa».

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