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Politiche attive, crollano i beneficiari

Dal contratto di “ricollocazione” al riordino degli incentivi per chi assume. Dal debutto dell’Agenzia nazionale per l’occupazione al rafforzamento delle sinergie tra servizi pubblici, privati, scuole, università, enti non profit. Non ci sono solo contratto a tutele crescenti e articolo 18 (per cui sono in rampa di lancio le prime misure attuative, attese al Consiglio dei ministri di dopodomani):?il Jobs act (legge 183/2014) ha riaperto il cantiere anche sulle politiche attive per il lavoro, tallone d’Achille del nostro Paese sullo scacchiere europeo. L’Italia destina l’1,61% del Pil ai sussidi passivi di sostegno al reddito, ma quasi nulla ai servizi per l’impiego e appena lo 0,35% alle politiche attive, mentre gli altri big della Ue spendono, in termini relativi, dalle quattro alle dieci volte più di noi in servizi per l’impiego, e circa il doppio in politiche attive. Un fronte su cui si accumulano ritardi.
Dopo la registrazione alla Corte dei conti del 9 dicembre scorso, è in attesa di pubblicazione – con circa nove mesi di ritardo – il decreto che istituisce il Fondo per le politiche attive del lavoro, in attuazione della legge di stabilità dell’anno scorso. Verrà così sdoganato il “magro” tesoretto di 15 milioni per il 2014 e di 20, rispettivamente, per il 2015 e 2016, da destinare a iniziative, anche sperimentali, per il reinserimento di disoccupati o beneficiari di ammortizzatori sociali, anche in deroga. Le risorse del fondo potranno essere utilizzate, anche, per sperimentare il contratto di ricollocazione (disciplinato, per esempio, nel Lazio), che prevede una stretta partnership tra centri per l’impiego e agenzie per il lavoro nell’assistenza ai disoccupati per ritrovare un posto, con il pagamento del servizio da parte della Regione a risultato avvenuto. Una nuova formula su cui la Conferenza delle Regioni ha chiesto di regolamentare in sede regionale la definizione e i contenuti, visto che nel nostro ordinamento non c’è alcuna definizione di questo contratto. Tra le possibili novità che potrebbero trovare posto in uno dei decreti delegati del Jobs act c’è quella di assegnare una fetta del contributo Aspi (si ipotizza il 50%), che resterà invariato, a un fondo gestito dall’Inps e destinato al contratto di ricollocazione (si veda Il Sole 24 Ore del 16 dicembre).
Lo scenario su cui si inseriranno le nuove misure ha più ombre che luci: secondo il report realizzato dal centro studi Datalavoro sull’archivio Inps, il trend è in continuo peggioramento e sono ormai scesi sotto la soglia del milione (986mila nel 2013) i lavoratori che in un anno, grazie a uno degli incentivi previsti per nuove assunzioni o stabilizzazioni di rapporti di lavoro (le politiche attive catalogate dall’istituto di previdenza), hanno trovato un impiego o migliorato la propria condizione occupazionale.
Rispetto al 2012 il numero medio annuo di beneficiari è diminuito del 12%, ma se si guarda al 2009, la flessione è del 21% circa: in quell’anno i beneficiari erano oltre 1,2 milioni, circa 260mila in più degli attuali.
A essere più penalizzati dal flop sono i giovani con meno di 35 anni, in maggioranza apprendisti, ma anche disoccupati di lunga durata. Guardando la carta d’identità, a utilizzare di meno gli incentivi all’assunzione sono stati esclusivamente gli under 35, con una flessione del 18% rispetto al 2012 e del 31% sul 2009. In picchiata gli apprendisti (-24%) e i disoccupati da oltre 24 mesi (-14%). L’assunzione di questi ultimi (nel 2014 sono arrivate all’Inps 142mila richieste) peraltro dal 2015 non darà più diritto a “sconti” perché il bonus viene cancellato dalla legge di stabilità.
I giovani comunque continuano a rappresentare la maggioranza dei beneficiari di politiche attive: sono il 72% del totale. Ma perdono terreno a vantaggio dei senior, che aumentano sia rispetto al 2012 (+8%) sia sul 2009 (+26%): l’incremento è da imputare totalmente alle assunzioni agevolate a tempo indeterminato, in crescita del 42 per cento.
Il trend negativo, poi, emerge su tutto il territorio nazionale: se è vero che quasi il 40% dei beneficiari lavora al Sud (naturale effetto dei maggiori livelli di disoccupazione, anche di lunga durata, nonché del fatto che alcune tipologie di incentivo sono maggiormente premianti se applicati nel Mezzogiorno), le diminuzioni più rilevanti si sono verificate nell’ultimo anno nel Nord-Est (-16%) e rispetto al 2009 nel Centro (-24%).

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