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Poco capitale e sofferenze. Atlante da solo non basta

MILANO.
Operatori di Borsa con il fiato sospeso per vedere se oggi proseguirà la pioggia di vendite sui titoli bancari italiani, amplificando il già pessimo saldo di venerdì scorso che è risultato ben più ampio di quello registrato dalle altre banche europee. Ha fatto impressione, per esempio, il meno 22,94% accusato da Intesa Sanpaolo, considerata una delle banche più solide a livello continentale e considerata un porto sicuro per la liquidità di privati e aziende. Mentre il 23,79% perso dal titolo Unicredit è in parte spiegabile dal fatto che la banca ha un capitale risicato e dovrà fare un aumento di capitale che gli analisti stimano tra 4 e 6 miliardi. Oltre a non avere da maggio un amministratore delegato nel pieno dei suoi poteri in quanto il cda sta cercando un sostituto di Federico Ghizzoni ma non l’ha ancora trovato.
Le banche italiane sono entrate nel mirino degli investitori istituzionali in particolare dalla fine del 2015, quando con l’entrata in vigore delle regole del Bail in quattro istituti minori sono andati in “risoluzione” valutando i propri crediti deteriorati a poco meno di 20 centesimi. Un benchmark che gi analisti hanno subito applicato al resto del sistema bancario che complessivamente ha sui propri libri circa 80 miliardi di sofferenze nette (dopo gli accantonamenti già effettuati) e pari a circa il 60% del totale. Tuttavia, nonostante le fortissime perdite a livello di capitalizzazione borsistica negli ultimi sei mesi il sistema bancario italiano non è riuscito a diventare più solido. Solo il Banco Popolare è riuscito a concludere con successo un aumento da un miliardo appena prima della bufera Brexit, anche perché ha in programma una fusione con la Bpm e ha presentato un piano industriale considerato credibile. Negli altri due casi di ricapitalizzazione, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, imposte dalla Bce, la scarsa credibilità del management e la mancanza di veri piani industriali ha tenuto lontani i sottoscrittori di azioni. Così ha dovuto intervenire il Fondo Atlante, un meccanismo messo in piedi in tutta fretta con soldi provenienti dalle stesse banche, da assicurazioni e dalla Cdp, per evitare che Vicenza e Veneto andassero in risoluzione. Ora nelle due banche venete sono entrati 2,5 miliardi di capitale, ma i problemi non sono ancora del tutto risolti poiché entrambi gli istituti hanno subìto un forte deflusso di liquidità (prima dell’intervento di Atlante sembra che la Veneto abbia attinto a una linea di emergenza della Bce), hanno manager deboli e devono ritrovare una storia di crescita.
Per uscire completamente dalle secche il sistema bancario italiano avrebbe bisogno di interventi per altri 15-20 miliardi, di cui circa 5 per il Montepaschi, 5 per Unicredit, 500 milioni per Carige più altri casi minori. Atlante al momento non ha queste disponibilità perché ha impiegato 2,5 dei suoi 4,3 miliardi per salvare Vicenza e Veneto. Così, nei momenti di tempesta dei mercati, risulta facile accanirsi sulle banche italiane che oggi continuano a rappresentare l’anello debole del sistema europeo anche se i crediti deteriorati sono spesso garantiti da immobili o altro. Ed è per mettere fine alla speculazione che il governo sta pensando di mettere in campo una soluzione che spazzi via definitivamente questi problemi.
Giovanni Pons
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