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Pochi rimpatri e quasi nulla al Fisco Tutti i «buchi» del rientro dei capitali

«Il rimpatrio dei capitali? Farà bene all’economia. Sarà utilizzato per tenere aperte le aziende, per non licenziare», assicurava alla vigila di Natale del 2009 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Parole ancora più rassicuranti di quelle con cui l’ex premier Silvio Berlusconi aveva presentato al Tg5 la nuova versione (la terza) dello scudo fiscale: «Arriveranno miliardi per l’università e la sanità». Com’è finita? Pochi hanno usato quei soldi per ricapitalizzare l’azienda in difficoltà, e senza che l’emorragia di posti di lavoro si sia arrestata. E i miliardi promessi sono stati subito assorbiti, anziché da investimenti nei servizi, nell’istruzione e nella ricerca, da una spesa pubblica sempre più mostruosa, mentre l’economia italiana boccheggiava.
I dati del Fondo monetario internazionale dicono che fra il 2002 e il 2010, periodo durante il quale i governi Berlusconi hanno varato ben quattro scudi fiscali facendo emergere capitali illegalmente esportati per una cifra prossima a 180 miliardi di euro, il Pil procapite a prezzi costanti è diminuito del 4,2 per cento. Colpa della più grave crisi da ottant’anni in qua, certo. Ma che non ha interessato solo l’Italia: eppure il nostro Paese è stato l’unico, nell’Eurozona, a registrare in quel periodo tale tracollo.
Che cosa non ha funzionato è presto detto. Intanto, l’entità della tassa chiesta dal governo agli evasori per beneficiare del condono: dal 2,5 al 7 per cento, a seconda delle versioni dello scudo. Gettito totale, 7,8 miliardi. Cifra pari all’1 per cento della spesa pubblica di un anno e al 5 per mille del Pil. Un salatino per sfamare un gigante bulimico. Di più. Gran parte di quei quasi 180 miliardi che per il 70 per cento erano stati depositati in Svizzera prevalentemente da cittadini residenti in Lombardia, non è fisicamente rientrata in Italia. La maggioranza è rimasta tranquillamente custodita nei caveau elvetici, grazie a una singolare variante dello scudo: quella di poter semplicemente «regolarizzare» i depositi pagando la tassa ma lasciando i quattrini laddove si trovavano. Dei 97 miliardi di euro dell’ultima sanatoria censiti da Bankitalia quasi 67 erano in Svizzera. E quasi 58 non si sono neppure mossi dai forzieri nei quali erano finiti.
Il perdono tombale e la garanzia dell’anonimato davanti al Fisco hanno fatto il resto. Anziché alimentare gli investimenti produttivi, i quattrini rientrati in Italia sono stati poi prevalentemente impiegati in attività finanziarie o nell’acquisto di immobili. Oppure semplicemente parcheggiati in attesa di un nuovo viaggio, a dare retta alle previsioni del presidente del partito radicale liberale svizzero Fulvio Pelli: «Quando lo scudo avrà esaurito i suoi effetti, i soldi continueranno a scappare dall’Italia. Se non lo faranno verso le banche elvetiche, saranno a disposizione di qualche altro Paese» (Corriere della Sera , ottobre 2009).
Di sicuro gli amanti dei paradisi fiscali non si sono fatti scoraggiare da dichiarazioni di guerra peraltro mai tradotte in pratica (nel 2002 il ministro Tremonti minacciò di far mettere alle frontiere telecamere che nessuno ha visto), se è vero che nell’autunno del 2011, mentre rischiavamo la crisi finanziaria, le banche svizzere erano di nuovo piene.
Per non parlare dei vantaggi che ne avrebbe potuto ottenere la criminalità organizzata. «Non escluderei che i mafiosi abbiano usato lo scudo fiscale», ha detto a Sette nel 2010 uno che se ne intende: il procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Secondo Sos Impresa l’economia criminale fa girare 138 miliardi l’anno con profitti per 104 miliardi. Denaro che da qualche parte deve pur andare.
Basta questo per descrivere i rischi corsi con la nostra sanatoria. Ma anche le enormi difficoltà che potrà incontrare il negoziato con la Svizzera, dove sono andati di traverso perfino i nostri scudi fiscali all’acqua di rose. Una rogna affidata al magistrato milanese Francesco Greco, che molti avrebbero visto bene alla guida della Consob, al quale è stato affidato il lavoro sul nuovo reato di autoriciclaggio. Altri Paesi ben più attrezzati di noi, del resto, ci sono già passati: la Germania ha firmato due anni fa un’intesa che prevede il pagamento di una tassa del 26 per cento ma a patto di preservare l’anonimato dei depositanti. L’Austria ha dovuto invece accettare un tetto di appena 300 richieste annuali di verifiche nominative.
Ma l’Italia non è la Germania, né l’Austria. L’evasione qui è una piaga ben più grave, purulenta e difficile da sradicare. Mentre la pressione su chi paga le tasse è giudicata insostenibile. Ecco perché, a parte le sanzioni che comunque dovranno essere qualcosa di più del semplice scappellotto assestato finora a chi porta illegalmente soldi nei paradisi fiscali, qualunque accordo con la Svizzera non dovrebbe prescindere da due condizioni minime. I capitali illecitamente esportati rientrino in Italia fisicamente, e non soltanto virtualmente. E per ogni conto corrente il Fisco italiano conosca il nome e la faccia del reale titolare. Soltanto così sarà possibile far digerire la cosa a milioni di contribuenti onesti.

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